Calo del NASDAQ, ecco cosa è successo

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I “Big 5” dell’hi-tech sono stati partecipi del record negativo del NASDAQ come peggiore chiusura settimanale dall’inizio di quest’anno. Cosa è successo all’indice tecnologico di Wall Street?

Sono noti con l’acronimo FAAMG, chiamati anche “i fantastici 5”, i cinque colossi del settore tecnologico: Facebook, Amazon, Apple, Microsoft e Alphabet (cui fa capo Google). Cinque colossi della tecnologia di grande consumo tra i Millennials, la X-Generation, e non solo. Da anni il settore hi-tech ha cavalcato l’onda di un successo che sembra non arrestarsi e che ha dato rendimenti interessanti agli investitori. Eppure lo scorso 9 giugno, il NASDAQ (l’indice tecnologico per antonomasia di Wall Street) è stato protagonista di una performance negativa di due punti inferiore all’indice Dow Jones. Questa chiusura settimanale tutt’altro che positiva ha dato subito da pensare che il team dei “Big 5” abbia un problema da risolvere.  A contribuire al panico generale è stato soprattutto un report degli analisti di Goldman Sachs.

I numeri dei FAAMG. I cinque big della tecnologia vantano una serie di numeri da capogiro. Nonostante il paragone non sia corretto dal punto di vista economico, si può constatare come l’insieme dei cinque colossi tecnologici valga quanto i PIL di alcuni Paesi: il loro valore complessivo in Borsa, infatti, è pari a 2.759 miliardi di dollari (quasi come il PIL della Gran Bretagna). Già a partire dai primi mesi del 2017, il rialzo delle loro azioni a Wall Street ha fatto si che la capitalizzazione dell’azionario statunitense raggiungesse quota 600 miliardi di dollari. Mentre per quanto concerne l’indice S&P500, l’apporto ai guadagni del listino dato dai “Big 5” è stato ben del 40%. Insomma, i numeri sono alti e proprio per questo molti investitori e analisti hanno a primo sguardo lanciato l’allarme bolla. Ma è davvero così?

Rischio bolla tech oppure no? A quanto sembra, in finanza ci sono dei meccanismi che, una volta, attivati, scoppiano come una bomba ad orologeria. È il caso di quando, data un’opinione, il popolo degli investitori salta a conclusioni senza pensarci troppo: e così se prima tutti comprano, allo stesso modo poi tutti corrono a vendere. Al recente crollo del NASDAQ, per l’appunto, è legato un report a cura degli analisti di Goldman Sachs. La banca d’affari, infatti, ha ipotizzato che i colossi hi-tech possano trovarsi, al momento, nel pieno di una bolla speculativa pronta a scoppiare. Perché? Sono bastati alcuni dubbi sulla valutazione dei titoli azionari dei FAAMG a diffondere l’idea di una nuova bolla dotcom, come quella già verificatasi nel 2000. Ciò che, in particolare, preoccupa Goldman Sachs è il livello molto basso di volatilità che potrebbe spingere chi investe a sottovalutare gli eventuali rischi. Certo, bisogna tener conto dei rischi: di business, di ciclicità, legati a norme anti-trust. Ed è anche vero che la volatilità che per ora caratterizza le loro azioni non è per certo destinata a rimanere così bassa. Ma il paragone tra l’attuale settore tecnologico e quello della bolla dotcom del 2000 mette in luce che di bolla, adesso, non ha senso parlare. Confrontando i trend, infatti, emerge che nel 2000 i primi 5 titoli venivano scambiati per un prezzo che era pari a quasi 60 volte gli utili a due anni (il più conveniente era scambiato con un valore di circa 36 volte). Invece, i titoli FAAMG si aggirano su valori pari a circa 23 volte gli utili a due anni, mentre solo Amazon supera le 30 volte. Insomma, l’allarmismo appare un po’ fuori luogo.

Guardando ai dati del primo quadrimestre del 2000 e del 2017, appare una netta differenza tra i due casi: il P/E medio dei primi cinque titoli del 2000 è quasi il triplo di quello dei FAAMG di oggi. Se, infatti, nel 2000 il massimo arrivava addirittura ad un P/E di 116.8, adesso nel gruppo dei FAAMG solo Amazon ha il P/E più alto (89), mentre tutti insieme arrivano solo a 22.7 (contro l’aggregato finale del 2000 di 58.3). Il settore tecnologico, tra l’altro, gode ancora di un ottimo momentum. Inoltre, rispetto alla media storica di lungo periodo, sia il settore tecnologico che le Borse mondiali hanno un rincaro del 10%. Entrambi. E dunque il rischio bolla c’è? Dati alla mano, no. Certo, gli indici possono sempre scendere, ma non per questo ci troviamo di fronte ad una seconda bolla.