Torna la volatilità sui mercati a febbraio

Volatilità e vendite su tutti i principali mercati finanziari a febbraio. Calma piatta sul mercato obbligazionario; solo lo spread sale sul timore degli effetti delle elezioni italiane sui mercati

Il punto del mercato. Il mese di febbraio è stato all’insegna della volatilità e delle vendite su tutti i principali mercati finanziari. Il VIX, l’indice che rappresenta la volatilità del mercato americano, ha toccato la soglia dei 40 punti indice nei primi giorni di febbraio. Secondo gli addetti ai lavori questo movimento al ribasso è dovuto per alcuni aspetti a un graduale ritorno alla normalità finanziaria, con un sistema finanziario non più dominato dalle politiche monetarie espansive delle banche centrali, ma anche a un movimento di prese di beneficio dei guadagni realizzati nel primo mese dell’anno. Il FTSE MIB, l’indice azionario di riferimento del mercato italiano, nel mese di febbraio arretra di quasi cinque punti percentuali, ma da inizio anno la performance continua a restare positiva (+2,4%). Vendite da occidente a oriente: l’indice S&P500, che segue l’andamento di un paniere azionario formato dalle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, segna -3,8% a fine mese mentre il Nikkei225, l’indice delle maggiori 225 aziende quotate alla Borsa di Tokyo, registra un sonoro -7,5%.

Il mercato obbligazionario non si muove. A un movimento repentino del mercato azionario non è corrisposto lo stesso movimento nell’obbligazionario. I rendimenti non hanno subito particolari variazioni. L’unico elemento di nota è stato il rialzo dello spread, la differenza tra il rendimento del titolo di Stato italiano a 10 anni e il suo “cugino” tedesco, che è salito oltre i 140 punti. La causa scatenante sarebbero state le parole del presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, secondo cui l’UE dovrebbe prepararsi allo “scenario peggiore” in Italia dopo le elezioni del 4 marzo.

Il petrolio rallenta la corsa. Brusca frenata per l’oro nero che nel mese di febbraio torna indietro a 65 dollari al barile. Tra gli investitori c’è la preoccupazione che l’incremento della produzione negli Stati Uniti potrebbe vanificare gli accordi tra i Paesi membri dell’Opec, inerenti al taglio della produzione, per riequilibrare il mercato. Secondo il gruppo petrolifero BP; la domanda di petrolio dovrebbbe rallentare la sua crescita e stabilizzarsi intorno al 2040, data in cui il gas (gas naturale, biogas, biometano) diventerà la principale fonte energetica.

Continua la crescita economica. Il mese di febbraio è stato ricco di dati macroeconomici. L’indice dei direttori agli acquisti ha dipinto un quadro di globale espansione economica. Tutti i principali Paesi, ad eccezione del Brasile, hanno mostrato valori al di sopra del fatidico 50, indicatore soglia che separa l’espansione economica dalla contrazione economica. In Europa l’Eurostat, Ufficio Statistico dell’Unione Europea, ha pubblicato la variazione del Prodotto Interno Lordo nell’ultimo trimestre 2017: +2,7% nell’area euro e + 2,6% nell’Unione Europea a 28.

Notizie dalle banche centrali. Jerome Powell si insedia ufficialmente come capo della Federal Reserve. Durante il discorso di giuramento ha affermato che la banca centrale americana continuerà a rimanere attenta ai rischi per la stabilità finanziaria. Durante un’audizione al Parlamento Europeo Mario Draghi, Presidente della BCE ha ribadito che l’economia dell’area euro si espande “in modo robusto” e che la crescita va “oltre le attese e sopra il potenziale”. All’orizzonte non sembra esserci, per la BCE, nessun cambio di rotta. “Prudenza” nel modificare il tenore delle comunicazioni al mercato e “pazienza e persistenza” nella politica monetaria sarà il mantra di Francoforte ancora per un certo periodo di tempo