Torna la volatilità: niente panico

Cali ovunque e un brusco balzo del VIX, l'indice che misura la volatilità: questa la sintesi della prima settimana di febbraio sui mercati. Ecco come sopravvivere ai periodi di vendite

Se non è stato l’inizio della fine, allora di cosa si è trattato? La prima settimana di febbraio, dopo un gennaio in linea con tutto il 2017 e quindi all’insegna di acquisti e rialzi, ha fatto registrare cali anche importanti su tutti i listini, rimangiandosi la maggior parte dei guadagni segnati da inizio anno.

Il balzo della volatilità. Tutte le piazze, senza alcuna eccezione, hanno subito una correzione che ha dato benzina all’incertezza. Lo mostra bene l’indice VIX, che rappresenta la volatilità del principale indice americano, l’S&P500. Ebbene, nell’arco di un mese è schizzato dai 9 punti di inizio anno fino alla soglia dei 40 il 5 febbraio: valori del genere non si vedevano dall’estate del 2015, quando a tenere banco furono le preoccupazioni per un rallentamento dell’economia cinese. Poi, passato tutto: lunedì 12 febbraio in Europa le Borse hanno chiuso la seduta in rialzo, sulla scia di Wall Street. E poi, ancora un po’ di agitazione.

Cosa è successo? Secondo la lettura più “di tendenza”, potrebbe essersi trattato di un primo segnale di ritorno alla “normalità finanziaria” e a un sistema non più “dopato” dagli aiuti delle banche centrali. In pratica, vendendo gli investitori avrebbero dato corpo ai loro timori per le possibili conseguenze sui valori di Borsa di un ritiro delle misure eccezionali a sostegno all’economia più rapido e aggressivo di quanto finora annunciato. In effetti, le banche centrali si stanno preparando a rialzare i tassi di interesse – la Federal Reserve e la Bank of England hanno iniziato nel 2017 – e a stoppare gli acquisti straordinari di asset. Ma molti ritengono più probabile che la banca centrale statunitense si prenda tutto il tempo che occorre per mettere in atto il suo quantitative tightening, senza accelerazioni di sorta. E le altre banche centrali le andranno dietro, essendo interesse di tutte risparmiare scossoni ai mercati e all’economia.

Un movimento tecnico. Dietro le vendite e la fiammata del VIX della prima settimana di febbraio, quindi, ci sarebbe stato in realtà un movimento “tecnico”, come dimostrerebbe il concomitante calo generale dei rendimenti obbligazionari: se si fosse trattato di vera avversione al rischio azionario, infatti, i suddetti rendimenti sarebbero saliti. Gli investitori hanno iniziato a monetizzare i guadagni di inizio anno. Dopo le riunioni di politica monetaria di inizio anno in casa Fed e BCE, lo scenario di una ripresa dell’inflazione e quindi di politiche monetarie sempre più restrittive avrebbe solo dato il segnale di via.

E adesso? Nel complesso, oggi l’economia mondiale si presenta in buona salute: gli ultimi dati sui PMI confermano la fase di espansione sia per l’Europa – l’Italia addirittura è ai massimi da sette anni – sia per gli USA e i BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Negli Stati Uniti, i recenti dati sull’occupazione e sui salari, la debolezza del dollaro, i prezzi delle materie prime in recupero e in prospettiva gli effetti della riforma fiscale alimentano le attese di una possibile “fiammata” dell’inflazione. Attese in parte incorporate nei rendimenti obbligazionari dei titoli del Tesoro USA a 10 anni, che da fine novembre hanno avuto un netto rialzo.

Le due “regole d’oro” per investire. L’impasse che ha caratterizzato il 2017 non sembra tuttavia destinata a venire meno a stretto giro: da un lato, i rendimenti obbligazionari sono ancora bassi e spingono verso l’azionario; dall’altro, i tassi di interesse in risalita e la fine degli acquisti straordinari di asset potrebbero causare un rialzo dei costi dei finanziamenti per le imprese, erodendone gli utili e i valori in Borsa, e un aumento dei rendimenti dei bond, ai quali peraltro verrebbe a mancare la fonte di domanda finora garantita dalle banche centrali.

Per gestire al meglio i portafogli, quindi, bisogna più che mai tenere a mente le due “regole auree”:

  • diversificare, ossia mettere in portafoglio il giusto mix di azioni e obbligazioni, dal momento che ci sono buoni spunti e qualche rischio su entrambi i fronti e una buona diversificazione consente di cogliere le occasioni e di assorbire gli eventuali contraccolpi, dando nel lungo periodo risultati sicuramente migliori;
  • mettere bene a fuoco l’obiettivo di investimento e l’orizzonte temporale, ovvero stabilire perché stiamo investendo: vogliamo una fonte aggiuntiva di reddito oppure puntiamo a crearci un “tesoretto” per il futuro? In entrambi i casi, “ossessionarci” con i saliscendi quotidiani dei listini può solo farci perdere di vista l’obiettivo principale, portandoci a conclusioni approssimative e, soprattutto, a decisioni affrettate e sbagliate. E a rimetterci è sempre e solo il nostro portafoglio.