Lo scacchiere del petrolio

L'obiettivo di riportare i prezzi del barile su livelli ritenuti accettabili dai Paesi produttori è stato raggiunto. Quindi l'OPEC ha alzato il cosiddetto "output": scopriamo cos'è e, soprattutto, perché non tutti i membri dell'Organizzazione erano d'accordo

È facile fare gli ambientalisti con i consumi energetici degli altri. Ma quando si tratta dei nostri, la fonte di energia finora più sicura ed efficiente, anche se per niente pulita e in via di esaurimento, è quella fossile. Cioè, il petrolio. Lo sanno molto bene i Paesi dell’OPEC, la Organization of the Petroleum Exporting Countries, meglio nota qui da noi come Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio.

Chi fa parte dell’OPEC. L’OPEC nacque, lo ricordiamo per riprendere un po’ i fili, nel 1960 per negoziare con le compagnie petrolifere tutto quanto riguardasse la produzione, i prezzi e le concessioni. Oggi ne fanno parte Algeria, Angola, Ecuador, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Venezuela e, dal 22 giugno, anche il Congo. Si tratta di Paesi il cui sostentamento, sviluppo e crescita, a vario titolo, devono moltissimo al petrolio: se la domanda e/o il prezzo calano, per loro è un problema. Ma in questo momento storico di crescita economica globale, la domanda non sembra assolutamente un problema.

Consumi in aumento. Dal 2009, come ricorda in una recente analisi Stéphan Monier, chief investment officer di Banque Lombard Odier & Cie, i consumi sono aumentati di oltre il 14%, raggiungendo nel 2017 i 97,2 milioni barili al giorno. E l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) stima che nel 2019 la richiesta raggiungerà i 100 milioni di barili al giorno. Un effetto appunto della ripresa economica degli ultimi anni che, se da una parte è una buona notizia, dall’altra può mettere sotto pressione le forniture di materie prime come il petrolio.

Fornitura assicurata. Per ora, comunque, anche questo problema pare risolto. L’Organizzazione dei Paesi Esportatori, che insieme alla Russia rappresenta quasi la metà della fornitura mondiale, aveva deliberato un taglio alla produzione nel 2017, alla luce di quotazioni del barile considerate non soddisfacenti: il loro “oro nero” costava troppo poco. Da quel momento, la forte domanda trainata dalla ripresa economica, la produzione più contenuta, le tensioni geopolitiche – con gli Stati Uniti che a maggio sono usciti dall’accordo sul nucleare iraniano reintroducendo le sanzioni a carico di Teheran e il Venezuela che versa in condizioni drammatiche – hanno contribuito a portare i prezzi vicino ai massimi da tre anni e mezzo.