Marchionne, fine di un’era: cosa ha significato per Fiat

Chi era il top manager che si è dedicato alla trasformazione del Gruppo Fiat per 14 anni, dal 2004 a oggi. Ora una nuova linea di manager dovrà garantire continuità rispetto al suo operato

Sulla lunga strada percorsa fin qui dalla Fiat è comparsa una nuova pietra miliare, con sopra implacabilmente incisa una data: 25 luglio 2018. In quel giorno si sono registrati due eventi: è morto Sergio Marchionne, in seguito a complicanze post operatorie; il nuovo amministratore delegato del Gruppo FCA Mike Manley ha tenuto la sua prima conference call con gli analisti finanziari sui conti del secondo trimestre 2018, che si è chiuso con lo storico azzeramento del debito.

Una svolta improvvisa. Cosa sia successo nei giorni immediatamente precedenti ormai lo sanno tutti: l’ex amministratore delegato Sergio Marchionne, 66 anni, aveva fissato la sua uscita dal vertice del Gruppo FCA nel 2019 (nel 2021 l’addio programmato a Ferrari), in concomitanza con l’assemblea per l’approvazione dei conti 2018. Salvo poi che sabato 21 luglio si è tenuta una riunione straordinaria dei consigli di FCA, Ferrari e CNH per la sua immediata sostituzione in tutte le cariche. Una svolta improvvisa e imprevista, dovuta appunto a complicanze post operatorie: il top manager ha subito un delicato intervento a fine giugno a Zurigo, e alla fine di luglio è stato ricoverato in terapia intensiva in una condizione definita “irreversibile” e tale quindi da escludere ogni possibilità di un suo ritorno al lavoro.

Fine di un’epoca. Chi è stato Sergio Marchionne? Al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini del 2010, come ricorda il giornale online List, lui stesso si è raccontato così: “Sono nato in Abruzzo, a Chieti, a circa 250 chilometri da qui, ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni. Ho dovuto abituarmi presto a cambiare casa, abitudini, amici. Avevo 14 anni quando la mia famiglia si è trasferita in Canada. Vi confesso che non è stato facile”. L’anno di nascita è stato il 1952. Negli anni Sessanta il trasferimento oltreoceano, poi gli studi e l’avvio di una carriera che lo ha portato in Svizzera, a risanare la SGS di Ginevra. Nel 2003, su designazione di Umberto Agnelli, è entrato nel cda di Fiat. E il primo giugno 2004 è diventato l’amministratore delegato del Gruppo.

La Fiat prima e dopo. Lui stesso, come ricorda il titolare di List Mario Sechi, una volta ha detto che al suo arrivo la Fiat “fatturava 27 miliardi di euro, di cui oltre il 90% in Europa. I dipendenti erano di poco superiori a 100 mila, di cui il 70% in Europa e più della metà in Italia”. Come dire: mancava diversificazione geografica. In 14 anni, il risultato netto è passato dal rosso di circa 1,6 miliardi di euro di fine 2004 all’utile di 3,5 miliardi di fine 2017. L’ultimo evento finanziario cui ha presenziato è stato il Capital Markets Day di Balocco, in provincia di Vercelli. Era il primo giugno (il 26 l’ultimissima uscita pubblica, con la consegna ai carabinieri della Jeep in livrea): oggetto, il piano al 2022. In quell’occasione, il top manager del Gruppo – che ora si chiama Fiat Chrysler Automobiles – ha annunciato l’approssimarsi dell’azzeramento del debito, obiettivo fissato nel 2014 e poi effettivamente raggiunto a fine giugno 2018.

L’acquisizione di Chrysler. Fra il 2004 e il 2018 c’è stata appunto anche l’acquisizione dell’americanissima Chrysler. Un’operazione che rispondeva a due obiettivi. Il primo era crescere di dimensione, visto che, come ha detto Marchionne nel dicembre del 2008, “la crisi economica in atto porterà a una forte concentrazione nel mercato dell’auto, tanto che fra i costruttori di massa potrebbero anche sopravviverne solo sei”, e solo “con una produzione superiore ai 5 milioni e mezzo di auto l’anno”. Il secondo era la diversificazione geografica. L’anno dopo hanno preso il via le trattative per l’acquisizione di Chrysler e il 10 giugno 2009 Fiat ne ha ufficialmente comprato il 20%. Un percorso completato il primo gennaio 2014 con il raggiungimento del 100%.

Una nuova prima linea. Sempre nel 2014, durante l’investor day di Auburn Hills, Marchionne ha messo al centro dell’attenzione il marchio Jeep, con l’obiettivo di farne il fulcro dell’azienda del domani. E forse non a caso a sostituirlo è stato chiamato il responsabile del brand, Mike Manley: 52 anni, inglese, è lui il nuovo amministratore delegato del Gruppo FCA, per il quale ha assunto anche la responsabilità delle aree Nafta (Canada, Messico, Stati Uniti) ed Emea (Europa, Medio Oriente, Africa), quest’ultima ereditata da Alfredo Altavilla, che ha lasciato l’azienda. A Manley e alla sua squadra toccherà lavorare alla realizzazione del piano 2018-2022 presentato a Balocco il primo giugno. Nuovo amministratore delegato di Ferrari è invece Louis Carey Camilleri, mentre il presidente è John Elkann. In CNH Industrial la nuova presidente è Suzanne Heywood e Derek Neilson è ceo ad interim.

Anche i mercati piangono. I mercati hanno un modo tutto loro di reagire ai lutti, che si intreccia con le fredde equazioni degli algoritmi e con le più prosaiche considerazioni degli operatori sulle prospettive dell’azienda “orfana” e sui numeri che la stessa presenta. Mercoledì 25 luglio, come detto, il Gruppo FCA ha presentato i conti del secondo trimestre 2018, che si è chiuso con l’azzeramento del debito e con 500 milioni di euro di cassa industriale netta, ma anche con un utile netto di 754 milioni, in calo del -35%, e con obiettivi su ricavi ed Ebit rivisti al ribasso per l’anno in corso. Così, il 25, il titolo FCA ha terminato la seduta a Milano con una perdita rispetto al prezzo di inizio giornata del -15,5%, a 13,99 euro, sui valori dell’ottobre 2017. E gli altri titoli della galassia? Non benissimo: Exor -3,49%, Ferrari -2,19% e CNH -0,27%. Poi, il 26 luglio, il rimbalzo: l’elaborazione del lutto è iniziata.