Facebook nell’occhio del ciclone: ecco cosa è successo

Cambridge Analytica avrebbe utilizzato illecitamente i dati di 50 milioni di utenti del social network. E il titolo di Facebook crolla in Borsa

Venti di bufera soffiano su Facebook. Il social network fondato da Mark Zuckerberg è finito nell’occhio del ciclone per non essere riuscito a tenere sotto controllo i dati dei suoi utenti, permettendo che le informazioni di circa 50 milioni di iscritti finissero nelle mani di una società per il marketing online, Cambridge Analytica. Di fatto, i dati erano stati raccolti negli anni passati da un’app di Facebook tramite metodi che fino al 2014 erano consentiti. Il problema è nato in seguito, quando questi dati sono stati illegalmente ceduti a Cambridge Analytica, che tra l’altro li avrebbe utilizzati per influenzare l’esito delle elezioni presidenziali Usa e del referendum su Brexit.  Lo scandalo, portato a galla dai quotidiani Guardian e New York Times, ha fatto crollare le quotazioni di Facebook – che a Wall Street ha perso complessivamente il 18% del suo valore nel giro di dieci giorni, bruciando oltre 80 miliardi di dollari in termini di capitalizzazione – e anche la ricchezza personale di Zuckerberg, che ha visto il suo patrimonio contrarsi di 14 miliardi di dollari. Non solo. L’onda lunga del caso Cambridge Analytica ha travolto tutti i titoli tecnologici di Wall Street, portando in terreno negativo Twitter, Facebook, Google, Microsoft, Amazon e Apple.

Ma cos’è successo esattamente? Proviamo a ripercorrere gli eventi. Tra il 2013 e il 2015 lo psicologo e matematico russo-americano Aleksandr Kogan ha sviluppato e diffuso un’applicazione interna a Facebook chiamata “thisisyourdigitallife” (letteralmente, “questa è la tua vita digitale”), una specie di quiz sulla personalità che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento. Per utilizzarla, gli utenti dovevano utilizzare Facebook Login, il sistema che permette di iscriversi a un sito senza la necessità di creare nuovi username e password, utilizzando invece il proprio profilo Facebook. Lo hanno fatto circa 270 mila persone.  Il servizio – gratuito – è in realtà “pagato” con i dati degli utenti (che comunque sono avvisati): l’applicazione che lo utilizza ottiene infatti l’accesso a diverse informazioni – indirizzo email, età, sesso – contenute nel profilo di chi effettua l’accesso. Il punto è che, all’epoca, Facebook permetteva ai gestori delle applicazioni di raccogliere anche alcuni dati sulla rete di amici della persona appena iscritta, pratica che oggi non è più consentita dal social network, perché ritenuta troppo invasiva. L’app di Kogan è riuscita così a mettere le mani sui dati di 50 milioni di profili Facebook (la stima è del New York Times e del Guardian). Kogan ha poi ceduto questa enorme mole di informazioni (secondo alcune indiscrezioni facendosi pagare 800mila dollari), alla società Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook che vieta ai proprietari di app di condividere con società terze i dati raccolti sugli utenti. La reazione del social network però sarebbe stata tardiva: la sospensione dell’account di Kogan è infatti arrivata solo di recente, mentre stando al Guardian e al New York Times il colosso di Menlo Park sarebbe stata a conoscenza della faccenda almeno da un paio d’anni.

Chi è Cambridge Analytica e cosa fa con i dati? Cambridge Analytica è stata fondata nel 2013 da Robert Mercer, un imprenditore miliardario statunitense conservatore con conoscenze nell’entourage di Donald Trump, ed è specializzata proprio nella raccolta di dati sugli utenti del web. Nel caso dei social network, analizza il numero di “like” messi dagli utenti, i loro commenti, i tweet, i luoghi da cui effettuano il “check-in”. Ma Cambridge Analytica raccoglie anche altri tipi di informazioni che ogni giorno lasciamo online: dall’utilizzo delle carte fedeltà agli acquisti online, solo per fare qualche esempio. Con questi dati, elabora poi una sorta di profilo di ogni singolo utente. Lo scopo ultimo è quello di cedere queste informazioni (in forma aggregata e anonima) alle aziende, per consentire loro di creare campagne marketing estremamente mirate. II responsabili di Cambridge Analytica – scrive Il Post – sostengono di riuscire a far leva sulle emozioni degli utenti, semplicemente analizzando i like distribuiti su Facebook. Roba da fantascienza. Ma la situazione è ancora più intricata di così.

Che cosa c’entrano Trump e la Brexit? Qui viene il bello. Si sospetta che Cambridge Analytica – i cui vertici come detto sono molto vicini al nuovo presidente Usa – abbia in qualche modo facilitato la Russia nelle sue presunte interferenze nel voto Usa, nello specifico agevolando la propaganda contro Hillary Clinton e a favore di Trump proprio tramite la profilazione approfondita degli utenti a cui poi sono stati sottoposti flussi informativi ad hoc. Stesso discorso per la Brexit. Stando al Guardian, Cambridge Analytica avrebbe collaborato alla raccolta di dati e informazioni sugli utenti, utilizzati poi per condizionarli e fare propaganda a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Cosa succede ora? Facebook ha tenuto a rassicurare i suoi utenti sul fatto che incidenti simili non si ripeteranno più e ha annunciato che rinnoverà le impostazioni della privacy per consentire agli utenti di “avere più controllo” sulle loro informazioni personali. Il social network ha anche sottolineato che non c’è stata alcuna falla del sistema, ma che i dati sono stati raccolti in modo lecito, quando tale pratica era consentita. Lo stesso Zuckerberg si è ampiamente scusato, impegnandosi a lavorare per trovare nuove soluzioni al problema della protezione dei dati degli utenti. Nonostante questo, in molti si sono cancellati dal social network sull’onda del panico generato dallo scandalo. Intanto la questione ha movimentato anche le istituzioni internazionali: Zuckerberg è stato convocato dalla commissione parlamentare britannica sulla Cultura, i Media e il Digitale presieduta dal conservatore Damian Collins (ma ha declinato l’invito), così come dal Parlamento europeo – il monito è stato recapitato dalla commissaria Ue alla Giustizia, Vera Jurova – e dal Congresso Usa, di fronte a cui comparirà entro la prima metà di aprile. Intanto sempre negli Stati Uniti è partita la prima class action contro Facebook.