La Cina torna a crescere, ma il focus del governo è sul debito

Nel 2017 la Cina ha registrato la prima accelerazione della crescita annuale dal 2010. Per quest'anno il primo imperativo di Pechino non è replicare il risultato ma tenere il debito sotto controllo. E fronteggiare la politica commerciale USA

Grande entusiasmo a tutti i livelli per l’economia cinese, che nel quadro della ripresa globale ha archiviato il 2017 con un’accelerazione della crescita annuale: non succedeva dal 2010. Attenzione, però: come sanno gli osservatori più esperti, i rischi legati al sistema economico interno non sono affatto scomparsi e potrebbero pesare sull’evoluzione futura del Prodotto Interno Lordo. Il governo centrale ce l’ha ben presente. E ci si aspetta che agisca di conseguenza.

La crescita del Prodotto Interno Lordo. Nel quarto trimestre del 2017, il PIL cinese ha registrato una crescita del 6,8%, in linea con i trimestri precedenti e meglio della previsione del +6,7% fatta in precedenza dagli economisti. Ciò ha contribuito positivamente al dato dell’intero anno: nell’arco dei 12 mesi, il Dragone ha riportato un’espansione pari al +6,9%, superiore al +6,7% del 2016, che fu il dato meno entusiasmante in 26 anni. L’aggiornamento pubblicato a metà gennaio batte peraltro l’obiettivo annuale del governo, fissato al 6,5%, e il +6,8% incorporato nelle stime della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Una buona notizia anche perché, secondo molti osservatori, questa accelerazione potrebbe imprimere una maggiore velocità al percorso verso tecnologie meno inquinanti.

Spinta decisiva all’espansione globale. Sebbene il ritmo della sua crescita sia rallentato negli ultimi anni, la Cina è ancora “una fonte cruciale” di stimolo all’espansione dell’economia globale: lo ha detto Maurice Obstfeld, consigliere economico e direttore del dipartimento di ricerca del Fondo Monetario Internazionale, a commento dell’aggiornamento del World Economic Outlook diffuso in occasione del vertice di Davos. “La Cina continua a essere vista come un forte driver per la crescita globale”, ha dichiarato. Ora il Fondo Monetario Internazionale si aspetta che il PIL cinese cresca del 6,6% nel 2018 e del 6,4% nel 2019, lo 0,1% in più in entrambi gli anni rispetto alle stime formulate nell’ottobre 2017.

Due elementi di rischio. Estrema attenzione, quindi, da parte degli economisti e dei governi di tutto il mondo all’evoluzione dell’economia cinese. Un’evoluzione su cui oggi pesano principalmente due fattori, uno esterno e uno interno. Il primo è la politica commerciale USA, che dall’insediamento del presidente Trump non ha prodotto ancora grossi effetti ma che potrebbe generarne in futuro anche lato cinese: tra gli obiettivi di Trump, infatti, c’è la riduzione del disavanzo commerciale con Pechino. Per crescere, però, il governo cinese sta puntando già da tempo più sulla domanda interna che su quella estera, cosa che fra l’altro ha portato Pechino a essere meno dipendente dalle esportazioni (lo scorso anno, tuttavia, il commercio estero ha riportato un +14,2% dopo un paio d’anni di contrazione).

La spada di Damocle del debito. Resta, e appare più preoccupante, il fattore interno: la veloce lievitazione del debito negli ultimi 10 anni. Secondo recenti stime, il debito corporate sarebbe al 170% del PIL: di questo, il 110% graverebbe sulle spalle delle società statali. In buona parte è finanziato dagli investitori locali, stante l’alto tasso di risparmio. Il debito pubblico cinese, sempre secondo stime circolate di recente, supererebbe oggi i 4.600 miliardi di dollari USA. Sommando a questa cifra i debiti dei veicoli finanziari delle municipalità locali, si arriverebbe a 11.500 miliardi di dollari USA. Al di là dei numeri, il governo centrale sa bene che deve darsi da fare per risparmiare al Paese e al mondo intero un nuovo trauma in puro stile subprime (la bolla creditizia statunitense che 10 anni fa diede l’avvio alla crisi finanziaria ed economica).

Scongiurare lo “tsunami” creditizio. Il primo imperativo di Pechino, quindi, è limitare l’ulteriore proliferazione del debito. Lo farà – almeno è ciò che si prevede – attraverso appositi interventi normativi e incoraggiando la banca centrale del Paese ad adottare una linea sempre più restrittiva in tema di politica monetaria e tassi di interesse. Minore credito in circolazione implicherà una crescita dell’economia più moderata ma, appunto, più sostenibile. Ecco allora che gli economisti si aspettano per il 2018 un ridimensionamento attorno al +6,5%, in linea con il target ufficiale atteso. Intanto, dicono gli esperti, il dato migliore delle attese registrato nel 2017 dovrebbe dare al governo più spazio di manovra per contrastare il debito.