L’abc dei fondi d’investimento

Siamo sicuri di sapere cos'è un fondo comune di investimento? E, soprattutto, che ne esistono diversi tipi, con differenti finalità? Azionari, obbligazionari, flessibili, bilanciati: scopriamo cosa li caratterizza

Non tutti sanno davvero cosa sia un fondo comune d’investimento. Si tratta di uno strumento utilizzato dalle società di gestione del risparmio per effettuare, appunto, un investimento. In pratica, ogni fondo comune è un “contenitore” dentro il quale convergono i soldi di chi ha scelto di affidarsi a quel fondo contando sull’abilità e sull’esperienza dei professionisti della SGR che lo gestiscono. È importante sapere che ogni fondo ha un suo patrimonio, separato da quello della società di gestione. Perché? Ve lo abbiamo spiegato qui.

Cos’è un fondo comune. Immaginate un tipico salvadanaio a porcellino all’interno del quale confluisce il denaro di tre investitori. Quel denaro non rimane nella pancia del porcellino ma finisce in diversi asset – azioni o bond, a seconda di cosa prevede il regolamento del fondo – che contribuiscono a dare un certo rendimento complessivo a fronte di un rischio più “controllato” rispetto a quello che ci assumiamo quando investiamo direttamente in titoli azionari od obbligazionari. Il fondo si chiama “comune” proprio perché raccoglie e a sua volta investe i soldi di diversi investitori. Noi ripetiamo sempre che la prima regola per chi investe deve essere la diversificazione: ebbene, il fondo è per sua stessa natura diversificato, spesso anche a livello geografico, dal momento che anche quando investe solo in azioni o in obbligazioni indirizza le sue risorse verso aziende diverse.

Quanto costa investire in un fondo. Chi investe in un fondo comune dovrà sostenere dei costi. Nello specifico questi costi potrebbero essere:

  • una commissione d’ingresso, al momento del primo versamento;
  • una commissione di gestione, che “ripaga” il gestore per il suo lavoro ed è calcolata annualmente;
  • una commissione di performance, per premiare il lavoro del gestore in presenza di un rendimento particolarmente brillante.

Costi e commissioni sono sintetizzati in un unico indice onnicomprensivo: il TER (Total Expense Ratio), che deve sempre essere presente sui prospetti informativi. Attenzione: un TER alto non è affatto garanzia di migliore rendimento. In compenso, ha il potere di eroderlo. Consideriamo per esempio un investimento di 20.000 euro che dura cinque anni producendo un rendimento medio del 5% all’anno. Se il TER è basso (per esempio, 0,25-0,50% all’anno) il costo è contenuto, se invece è alto (esempio, 2-3%) allora si volatilizzano 2.500-3.500 euro dei 20.000 investiti inizialmente.

A ciascuno il suo. Tutto ciò premesso, andiamo a conoscere i prodotti del risparmio gestito. Rientrano in questo universo, come spiega Assogestioni, i fondi aperti, i fondi alternativi (che investono in una gamma di strumenti più ampia), i fondi riservati (la cui partecipazione è appunto riservata a investitori qualificati e specificati al momento dell’emissione), i fondi immobiliari e i fondi pensione. I fondi comuni aperti – di cui è possibile sottoscrivere e liquidare le quote in ogni momento – possono essere armonizzati (in linea con le direttive europee), non armonizzati (hedge e speculativi), di diritto estero e di diritto italiano. Sulla base della composizione del portafoglio, i fondi aperti sono classificabili come azionari, bilanciati, obbligazionari, flessibili e di liquidità. Vediamoli.

  • Fondi azionari: investono soprattutto in azioni o in obbligazioni convertibili. Hanno quindi una componente di rischio più alta, ma proprio per questo offrono rendimenti tendenzialmente più elevati. Tuttavia, oscillano meno rispetto ai titoli azionari perché oltre alle azioni (in cui è investito almeno il 70% del portafoglio) includono una “dose” di obbligazioni, titoli di Stato e liquidità. Altro modo per contenere le oscillazioni è la differenziazione degli investimenti per area geografica e valuta.
  • Fondi bilanciati: così chiamati proprio perché bilanciano i vari tipi di investimento per ottenere rendimenti e profili di rischio a metà strada fra quelli dei fondi azionari e degli obbligazionari. Esistono diverse categorie di bilanciati, a seconda del peso che al loro interno ha la componente azionaria.​
  • Fondi obbligazionari: investono principalmente in obbligazioni emesse da governi o società. Sono meno rischiosi degli azionari e dei bilanciati, ma appunto per questo tendenzialmente meno redditizi. Di questo gruppo fanno parte i fondi obbligazionari misti, che possono investire al massimo il 20% del portafoglio in azioni.
  • Fondi flessibili: anche qui, il nome non è casuale. Possono investire in azioni oppure in obbligazioni e non hanno vincoli geografici, settoriali, valutari o di altro tipo. Il loro regolamento consente dunque un’ampia discrezionalità.
  • Fondi di liquidità: il loro patrimonio viene investito in obbligazioni a breve scadenza e liquidità. Gli strumenti finanziari detenuti devono avere ottenuto un buon voto da una agenzia di rating. Tali agenzie si esprimono sul merito creditizio dell’emittente: più alto è il voto, più solida e affidabile è considerata l’emittente. Vietati i titoli che non hanno rating e non sono consentite operazioni di copertura su rischi di cambio.