Social eating, cosa prevede la nuova legge

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Tutti gli obblighi e i limiti per chi decide di organizzare cene tra sconosciuti aprendo un “home restaurant nella propria abitazione

Trasformare la propria casa in ristorante per una sera. Oppure andare a cena nel salotto di perfetti sconosciuti invece che al ristorante: è il fenomeno del social eating e piace sempre di più agli italiani. Su Gnammo la piattaforma di questo tipo più grande nel nostro paese, sono attivi circa 8mila cuochi social, 220mila utenti registrati, con 20mila persone che hanno già provato l’esperienza. Ma quali sono le regole per questo tipo di attività? Al momento solo il dovere di portare le ricevute di eventuali guadagni al commercialista e inserirle nella dichiarazione dei redditi. Ma il fenomeno è in crescita e per questo motivo al parlamento italiano si lavora a un disegno di legge per regolamentarlo, il Ddl 2647. La legge è stata approvata alla Camera a gennaio ed è in attesa di essere discussa al Senato. Vediamo cosa prevede.

Sì alla copertura assicurativa, no alla certificazione sanitaria. Secondo la legge, chi non supera la soglia di cinque eventi e di cinquanta coperti nell’arco di un anno solare non ha vincoli a parte quello di usare una piattaforma digitale e di accettare prenotazioni e pagamenti solo online. Quindi, per i cuochi occasionali l’unico obbligo è nella trasparenza nei pagamenti che ricevono e nell’essere iscritti a un sito come Gnammo o People Cooks. Per chi intende farlo con più continuità (per esempio ogni weekend) c’è l’obbligo di avere una copertura assicurativa, che può essere erogata anche dalla piattaforma. A differenza di quelli professionisti, secondo la legge i cuochi che fanno social eating non sono obbligati ad avere la certificazione Haccp (quella sanitaria prevista per bar e ristoranti), ma devono solo rispondere a dei requisiti che saranno definiti dopo l’approvazione definitiva della legge. Se ne occuperà il Ministero dalla Salute con i decreti attuativi: saranno linee guida sulla conservazione del cibo in ambiente domestico.

I limiti: 5mila euro e 500 coperti all’anno. Chi apre un home restaurant svolge un’«attività autonoma occasionale», con tutti i vantaggi fiscali del poter scaricare gli scontrini dei costi dell’attività (come le materie prime). Altro aspetto amministrativo: non è necessaria la SCIA, la segnalazione certificata di inizio attività. Basta mandare una comunicazione digitale al comune e di solito è la piattaforma a mandarla per tutti i suoi cuochi. Per quanto riguarda il dove aprire un home restaurant, basta che ci siano i requisiti di agibilità dell’immobile, quindi le case dove viviamo vanno bene. Infine sono stati definiti i limiti per questo tipo di attività. Un home restaurant non può fatturare più di 5mila euro all’anno e non può superare i 500 coperti all’anno. Inoltre, non si può fare social eating dove ci sono già spazi affittati a breve termine. Quindi per fare un esempio, secondo la legge, è possibile essere iscritti a una piattaforma di home sharing come Airbnb oppure a una community per il social eating: non si possono svolgere entrambe le attività nella stessa casa.