Sciogliersi come plastica nell’acqua

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Miner-Pha, un nuovo materiale totalmente biodegradabile. Basta immergerlo e dopo 40 ore non esiste più. È una start up tutta italiana...

Plastica che si scioglie. Immaginate un mondo dove la plastica esiste ma solo il tempo necessario. Dopo di che la si butta in acqua, lei si scioglie in 40 ore e scompare, senza rilasciare sostanze nocive. Immaginate che questa plastica costi poco, sia naturale e che per produrla non si debbano utilizzare tonnellate di cibo. Ora smettete di immaginare: questa plastica esiste già. L’ha inventata un’azienda italiana, la Bio-On.

Startup italiana. «L’artefice si chiama Marco Astorri, 43 anni, tre figli e un brevetto che sta facendo discutere il mondo. I laboratori sono a Minerbio, 40 minuti da Bologna, in mezzo ai campi».

Un altro mo(n)do. «Io non sono uno scienziato e nemmeno un laureato in chimica. Sono soltanto un grafico pubblicitario che un giorno si è detto che doveva esserci un altro modo per fare la plastica. Un modo che non inquinasse il pianeta per migliaia di anni. Allora sono andato su internet a cercare fino a quando quel modo l’ho trovato» (Astorri).

Pezzetti di plastica. La storia inizia nel 2006. Astorri è in società con il francesce Guy Cicognani (studioso di marketing). Insieme producono microchip. La plastica arriva per caso: «Eravamo in montagna e parlavamo dei chip degli skypass. Qualcuno ci ha fatto notare che quei pezzetti, finita la giornata, venivano buttati nella neve. Poi, d’estate, se ne trovavano a centinaia nei prati». I due si sentono in un certo senso colpevoli, visto che li producono, e iniziano a chiedersi se non ci sia un modo per fare una plastica totalmente biodegradabile.

Piatti a base di mais. «Astorri e Cicognani non sono i primi a pensarlo. Proprio in Italia Catia Bastioli, dal 1990 e negli stabilimenti della Novamont a Terni, ha iniziato a produrre la MaterBi, plastica a base di amido di mais. Ha avuto un notevole successo, al punto che alle prossime Olimpiadi di Londra i piatti, i bicchieri e le posate, in tutto alcune decine di milioni di pezzi, saranno di bioplastica italiana. Il mais però è un alimento: usarlo per fare la plastica vuol dire farne salire il prezzo e si è visto con i biocarburanti di prima generazione come questo possa essere problematico» (Riccardo Luna, la Repubblica 20/6/2012).

Prodotto dagli scarti. «Siamo partiti dalla fine: che materiale vogliamo? Siamo giunti alla conclusione che doveva avere alcune caratteristiche: doveva essere completamente biodegradabile, doveva costare poco, doveva essere biocompatibile e soprattutto doveva essere prodotto dagli scarti, non come le altre bioplastiche dove servono 4 tonnellate di cereali buoni da mangiare per ottenerne una di plastica» (Astorri a Rapahel Zanotti de La Stampa, 9/10/2011).

Plastica con lo zucchero. Chiudono con gli skypass, comprano un computer, un Mac, lo collegano alla rete e cominciano a cercare qualcosa di nuovo. Luna: «La caccia finisce in un’università in mezzo all’Oceano Pacifico dove un gruppo di ricercatori sta sperimentando un modo per produrre la plastica con gli scarti della lavorazione delle zucchero: il melasso. È il 2007. Astorri e Cicognani prendono un aereo, investono la metà dei loro risparmi per comprare quel brevetto (250 mila dollari), ne aggiungono una serie di altri sparsi nel mondo e in un anno sono pronti a realizzare la molecola descritta dal biologo francese Maurice Lemoigne nel 1926: il PHA».

Una molecola di 85 anni. Perché ci sono voluti più di 80 anni per ripartire dal biologo francese Maurice Lemoigne? Astorri: «Perché in quei tempi ci fu il boom del petrolio: fare plastica in quel modo era facile ed economico, i costi per l’ambiente non venivano tenuti in considerazione».

Praticamente grasso. Il PHA è l’uovo di colombo. Una plastica naturalmente prodotta da alcuni batteri, i quali, nutrendosi degli scarti di lavorazione della barbabietola da zucchero, producono una sostanza plastica che a loro serve come riserva di energia. Praticamente come il grasso per gli uomini. Simone Begotti, capo del laboratorio Bio-On: «Si tratta di affamarli e poi farli ingrassare. In poche ore quel grasso diventa la polvere con cui facciamo la plastica».

Batteri che mangiano. Più precisamente: in un piccolo fermentatore di pochi litri vengono inseriti gli scarti della barbabietola e i ceppi di batteri selezionati. Quando cominciano a nutrirsi tutto viene travasato in fermentatori più grandi, da 1600 litri. Passate 40 ore si rompe la membrana cellulare del batterio (che viene ridata da mangiare ad altri batteri), si estrae la sostanza che essiccata, lavata e ridotta in polvere è pronta a essere usata.

Plastica che diventa acqua. Il nuovo polimero viene ribattezzato Minerv e nel 2008 arriva la certificazione: «Al 100% biodegradabile in terra, acqua dolce e acqua di mare», attestano a Bruxelles. Questa sostanza è naturale e viene digerita tranquillamente dai batteri presenti nell’acqua. Basta che l’oggetto rimanga per 10 giorni in un fiume o nel mare (acque batteriologicamente non pure) per scomparire completamente.

Plastica dura, finalmente. La vera svolta nel 2011: Begotti riesce per la prima volta a realizzare un PHA con proprietà molto simile al policarbonato. Non la classica plastica dei sacchetti della spesa, quindi, ma la plastica dura e malleabile di cui sono fatti tanti oggetti della vita quotidiana: bottiglie, fibre, dispositivi medicali, componenti e elettroniche. Unendo la caratteristica della biodegradabilità alle «performance» del policarbonato (resistenza, flessibilità, stampabilità) si riesce facilmente a comprendere la qualità finale del prodotto.

Seduto su una montagna d’oro. Il primo a crederci è stato il presidente di Flos che ha voluto replicare una celebre lampada del design italiano, Miss Sissi. Secondo Astorri tra un anno il MinervPHA sarà negli occhiali da sole italiani, nei computer californiani, nei televisori coreani e persino nelle confezioni di merendine per bambini: «Tutti mi dicono che sono seduto su una montagna d’oro ma non è così che mi sento. Mi sento su una scala di cui non si vede la fine».

Contadini industriali. «Riceviamo molte richieste da parte di grandi gruppi industriali e fondi di investimento che vogliono acquistarci ma abbiamo sempre rifiutato». Adesso c’è un patto: la cooperativa agricola emiliana CoProB che produce il 50 per cento dello zucchero italiano. E quindi tantissimo melasso. Saranno loro, i contadini emiliani, i titolari del primo impianto Bio-On che aprirà a fine anno e produrrà 10.000 tonnellate all’anno di plastica Minerv: «È la fabbrica a chilometro zero. Sorge dove stanno le materie prime». Poi, con l’aiuto del colosso degli impianti industriali Techint, si punterà a replicare il meccanismo in tutto il mondo: un paio di impianti, a forma di batterio, disegno dell’architetto bolognese Enrico Iascone, apriranno in Europa, uno negli Stati Uniti.

Il tempo che si biodegrada Oggi un sacchetto di plastica si biodegrata in 500 anni e più, così come le fibre sintetiche, una bottiglia di plastica ci mette quasi un secolo, un pannolino 200 anni, le carte telefoniche addirittura 1000 anni.

Immense conseguenze. Luna: «Era il 1954 e a pochi chilometri da Minerbio, Ferrara, negli stabilimenti della Montecatini, un grande chimico italiano, Giulio Natta, scopriva la regina delle plastiche, il polipropilene isotattico, noto come il Moplen nelle pubblicità dell’epoca con Gino Bramieri. Il 12 dicembre 1963 Natta e il chimico tedesco Karl Ziegler ricevevano il premio Nobel. Nella motivazione si legge: “Le conseguenza scientifiche e tecniche della scoperta sono immense e ancora non possono essere valutate pienamente”».