Inflazione ferma, ma le banche centrali sono fiduciose 

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Le aspettative d’inflazione si sono ridimensionate nonostante i dati economici positivi. Ci dobbiamo abituare ad un mondo con bassa inflazione? Le banche centrali non sono d’accordo  

Le banche centrali le hanno provate davvero tutte per contrastare la deflazione. L’anno scorso nel momento in cui ci si è resi conto che la Cina non sarebbe crollata e che l’economia mondiale era più solida del previsto, la paura deflazionista è andata scemando. Inoltre, con entrambi i candidati alla Casa Bianca pronti a tagliare le tasse e lanciare ingenti piani d’investimento, i mercati obbligazionari hanno iniziato a “prezzare” un graduale incremento dell’inflazione. Dopo aver raggiunto il minimo verso luglio 2016, le aspettative d’inflazione, dedotte dalla differenza di rendimento offerto dai titoli obbligazionari legati all’inflazione rispetto a quelli non indicizzati (quella che viene anche chiamata break-even inflation), hanno ricominciato a salire toccando quota 2,16% il 30 gennaio 2017.

Tuttavia, da allora qualcosa è cambiato. Nonostante i dati economici a livello mondiale siano positivi e gli economisti stiano rivedendo al rialzo le stime di crescita per l’anno in corso, i mercati non sembrano fiduciosi e le aspettative d’inflazione sono tornate a scendere.

Le banche centrali non sono d’accordo con i mercati. Recentemente la banca centrale statunitense ha alzato i tassi per la seconda volta in sei mesi. Secondo il Board della FED il recente calo dell’inflazione dovrebbe essere solo temporaneo e nel corso del 2018 si dovrebbero raggiungere entrambi gli obiettivi di politica monetaria (ossia inflazione vicina al 2,0% e un tasso di disoccupazione vicino al pieno impiego). Detto in altri termini, la FED si aspetta che la crescita dei salari, che dovrebbe far crescere i consumi, si trasferisca prima o poi sui prezzi dei beni alimentando l’inflazione. In Europa, la BCE è ancora lontana da qualsiasi forma di stretta monetaria, ma per il Presidente Mario Draghi il rischio di rivedere al ribasso le stime di crescita è diminuito, e nell’ultimo suo discorso è sparito ogni riferimento alla possibilità di portare i tassi a un livello ancora più basso in caso di necessità. Perciò anche per la BCE il peggio sembra passato e d’ora in poi i tassi sembrano più vicini a risalire la china che a scendere.

Hanno ragione i mercati o le banche centrali? Mercati e banche centrali non sono allineati. E il motivo nasce dal fatto che l’inflazione dipende da diverse variabili sia di natura macroeconomica che di natura microeconomica. Per esempio tra i fattori strutturali che possono continuare a tenere bassa l’inflazione, nonostante la crescita, c’è l’invecchiamento della popolazione: una popolazione sempre più vecchia riduce la domanda aggregata, consuma meno e risparmia di più, riducendo la pressione sui salari e sui prezzi. Mentre le banche centrali guardano soprattutto al lato macroeconomico, i mercati si concentrano prevalentemente sull’aspetto microeconomico. Se diamo retta ai mercati obbligazionari, i rendimenti offerti potrebbero rimanere bassi ancora a lungo anche in presenza di una buona crescita e di un aumento graduale dei tassi da parte delle Banche Centrali. Se pensiamo invece che la FED e la BCE possano aver ragione, probabilmente il mercato sta sottovalutando il rischio inflazione.  Stimare dove andrà l’inflazione nel lungo termine non è così semplice e la differenza di visione tra mercato e banche centrali ne è la prova.