Fondi italiani, l’identikit dell’investitore

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La fotografia scattata da Assogestioni evidenzia un ritrovato interesse per i fondi domestici e un aumento delle donne tra i sottoscrittori

Dopo lunghi anni di disaffezione, gli italiani stanno finalmente riscoprendo i fondi comuni di investimento, che – lo ricordiamo – sono in sostanza dei “contenitori” (veicoli d’investimento) in cui i risparmiatori fanno confluire i propri risparmi, affidandoli a una società di gestione del risparmio (SGR) che si occupa di investirli sui mercati finanziari.

L’identikit del sottoscrittore tipo è cambiato. Aumentano le donne e gli over 65, mentre i giovani si allontanano. È questa in estrema sintesi la fotografia scattata da Assogestioni nell’aggiornamento 2016 del quaderno di ricerca sui sottoscrittori di fondi comuni italiani, che conferma il trend positivo già iniziato nel 2013 (in linea con la ripresa della raccolta netta sui fondi domestici). Lo scorso anno infatti, i risparmiatori che hanno deciso di investire in fondi italiani sono stati in tutto 6,6 milioni, 200mila in più rispetto al 2015 e ben al di sopra del picco negativo di 5,4 milioni toccato nel 2012, anche se siamo ancora lontani dai livelli del periodo 2002-2005 (intorno ai 9,5 milioni).

Ma chi è il sottoscrittore medio dei fondi comuni italiani? In linea con quanto osservato fin dal 2002, si tratta di persone facoltose. Secondo lo studio infatti, il 10% dei sottoscrittori più ricchi detiene quasi la metà del patrimonio complessivo, mentre il 50% del campione investe più di 14.454 euro. Il portafoglio medio di investimento invece è pari a 31.631 euro. Cambiano invece le caratteristiche anagrafiche, a partire dalla quota femminile, in costante crescita. A fine 2016 infatti le donne rappresentano il 46% dei sottoscrittori di fondi, contro il 54% degli uomini: il gap tra i generi scende così all’8% dal 16% del 2002. Sale invece l’età media, che nell’ultima rilevazione tocca i 59 anni (era 51 anni nel 2002): in particolare, la quota dei sottoscrittori di età compresa tra i 26 e i 35 anni è scesa dal 15% del 2002 al 7%, mentre quella degli investitori oltre i 75 anni è cresciuta dal 9% al 19% circa – le fasce intermedie restano più stabili. Negli ultimi due anni si nota però una leggera, ma incoraggiante ripresa nella fascia dei giovanissimi (under 26). Resta pressoché invariata la distribuzione geografica dei sottoscrittori, con il 65% residente al Nord, il 18% nel Centro e il 17% nel Sud e nelle Isole.

Cambia la propensione al rischio. Dando infine uno sguardo alle scelte allocative dei sottoscrittori, i cambiamenti registrati in questi 15 anni sono significativi e riflettono una mutata propensione al rischio. In particolare, se nel 2002 quasi un quarto del campione investiva oltre il 70% del proprio portafoglio in prodotti azionari, ora lo fa solo il 7%. Calano anche gli investimenti obbligazionari, tradizionalmente molto amati dagli italiani: nel 2016 il 33% dei sottoscrittori concentra il proprio patrimonio su questi prodotti, contro il picco del 43% toccato nel 2013. In deciso aumento nelle preferenze dei risparmiatori figurano invece i fondi flessibili, che oggi rappresentano la scelta principale del 36% del campione.

Cresce l’uso dei PAC. Per quanto riguarda la modalità di sottoscrizione dei fondi, gli investitori continuano a preferire il versamento unico (Pic), scelto da quasi il 70% dei sottoscrittori, ma negli ultimi 10 anni è raddoppiata la percentuale di chi sceglie di versare poco per volta tramite un piano di accumulo (Pac). Infatti, tra il 2006 e il 2016, questa forma di sottoscrizione è passata dal 9,6% al 19%. Rimane stabile infine il ruolo predominante del canale bancario per l’acquisto dei fondi italiani (93% nel 2016), un dato che riflette le caratteristiche tipiche del mercato italiano in termini di integrazione verticale banca-SGR.