Busta a sorpresa

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La busta paga è ben nota a tutti i lavoratori dipendenti, ma di quali voci è composta? ...

Informazioni obbligatorie. A rigore, il termine “busta paga” indicherebbe solo l’involucro con l’assegno (sempre che non si sia scelta la domiciliazione bancaria) e niente più. Quello che invece troviamo è il cosiddetto cedolino, un foglio fitto di cifre e sigle che indica, oltre alla retribuzione percepita, tutte le ritenute fiscali e previdenziali a carico del lavoratore. Il datore di lavoro è tenuto per legge a consegnarlo ai dipendenti, mentre per i dirigenti questo obbligo non sussiste.

Chi l’ha visto? Quanto è scritto nel prospetto, insomma, spiega dove finisce la differenza fra quanto dovremmo ricevere come retribuzione lorda e quanto, invece, troviamo effettivamente in busta. Peccato però che il cedolino aiuti fino a un certo punto se non lo si sa leggere: c’è tutto, è vero, ma fra numeri, sigle, rimandi e postille, per chi non ha un minimo di infarinatura in materia – o non ha la fortuna di avere un commercialista in famiglia – l’impresa di decifrarlo è quasi impossibile. Vediamo allora di capirci qualcosa.

Dalla testa ai piedi. Cominciamo a orientarci dicendo che il prospetto è diviso in tre sezioni: la testata, il corpo centrale e il piede. È una disposizione che si coglie al primo sguardo e che vale per tutte le buste paga. La testata contiene i dati identificativi dell’azienda e quelli del lavoratore: nome e cognome, codice fiscale, data di nascita eccetera. In più, riporta sempre il mese a cui si riferisce la busta paga, la data in cui si è stati assunti, la qualifica (cioè la funzione che si svolge all’interno dell’azienda) e la paga base, cioè la retribuzione minima stabilita nel Contratto collettivo nazionale del lavoro (Ccnl) per quel tipo d’impiego.

Piccole aggiunte. Altre voci interessanti sono quelle che riguardano Indennità di contingenza, Edr (Elemento distinto della retribuzione) e il cosiddetto Terzo elemento. La prima, nata come contributo variabile per adeguare la retribuzione al costo della vita, è di fatto una somma fissa che può cambiare a seconda del contratto: talvolta viene sommata direttamente alla paga base. Spesso è assimilato nella paga base anche l’Edr: è un contributo fisso e corrisponde a 10,33 euro. È stato introdotto nel 1992 per compensare l’abolizione della variabilità della contingenza e lo percepiscono tutti i lavoratori. Infine, può essere o meno presente in busta (non fa parte della retribuzione base ma costituisce una sorta di superminimo collettivo, vedi più avanti) il Terzo elemento o assegno supplementare: l’importo è frutto della contrattazione tra i sindacati e l’azienda e, quando c’è, varia a livello provinciale e regionale.

Contrattazione separata. Fanno sempre parte della testata gli Scatti d’anzianità e il Superminimo, che di fatto è frutto della contrattazione personale fra il dipendente e il datore di lavoro. Il suo ammontare, cioè, è quanto al momento dell’assunzione il lavoratore è riuscito a spuntare oltre la paga base sindacale. Per finire, sono riportati le ferie e i permessi, suddivisi in maturati, goduti e residui.

Conti alla mano. E veniamo al corpo centrale, che contiene gli elementi essenziali per capire a quanto ammonta effettivamente la retribuzione. Trascurando la prima colonna, che riporta i codici relativi alle varie voci elencate, le altre riguardano il pagamento dello stipendio e il versamento delle imposte: per ogni voce sono indicati l’importo unitario e i giorni o le ore a cui si riferisce il pagamento. Volendo banalizzare, è un po’ come quando si va a fare la spesa e sull’etichetta si trova scritto il prezzo al chilo e quello relativo alla confezione che stiamo comprando.

Quanto prendo? La prima riga di solito è relativa alla retribuzione effettiva, cioè alla somma di paga base, indennità di contingenza, terzo elemento, scatti d’anzianità, superminimo e tutto quanto riportato nella parte retributiva della testata. La cifra finale, sotto la colonna Competenze, è l’ammontare lordo del nostro stipendio, a cui va aggiunta l’indennità pagata per le festività soppresse (cioè quelle abolite dalla legge 937 del 23 dicembre 1977) e quindi non godute.

Le imposte locali. Ma ci sono anche delle detrazioni, tra cui spiccano quelle relative all’Irpef (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) regionale e comunale: si tratta di una quota aggiuntiva delle imposte sui redditi per le persone fisiche che Comuni  e Regioni hanno la facoltà di imporre per le loro necessità di bilancio. L’addizionale comunale indica l’imposta dovuta dal dipendente al Comune in cui ha la residenza (domicilio fiscale) ed è stabilita in base a un’aliquota che varia da Comune a Comune. Il conto è un po’ complicato perché ci sono da pagare, “spalmati” sulle diverse buste paga, sia il saldo dell’anno precedente, calcolato sull’imponibile effettivamente realizzato, sia l’acconto sull’ano in corso. Poi c’è l’addizionale regionale, anch’essa variabile da zona a zona. Entrambe le imposte si applicano su reddito complessivo, al netto delle detrazioni.

Guardando alla pensione. Quali sono le detrazioni? Le troviamo nel piede della busta paga, insieme ad altre informazioni importanti. Ma andiamo con ordine. La prima casella indica il Totale lordo, o Imponibile contributivo: è la somma delle competenze dovute per il periodo lavorato, incluse le trattenute. Su questa cifra si calcolano i contributi previdenziali (Inps): attualmente la quota a carico del dipendente è pari al 9,19% della retribuzione. L’importo, valido ai fini della pensione, si può leggere nella casella Totale contributi.

Tengo famiglia. La voce Imponibile Irpef indica la somma su cui calcolare la tassazione, e cioè la retribuzione lorda meno le detrazioni per il lavoro dipendente e per i familiari a carico. Anche queste sono voci che appaiono nel cedolino. Della prima beneficiano tutti i dipendenti, in percentuali diverse a seconda del reddito e dei giorni di lavoro. Il secondo tipo di detrazione, invece, è previsto per chi deve mantenere un coniuge che non lavora e non ha un reddito proprio, oppure dei figli in età di studio. Ma sono previste detrazioni anche per genitori, suoceri, fratelli eccetera: basta che non abbiano fonti di guadagno e che vivano con il lavoratore che riscuote lo stipendio.

Netto in busta. Ma torniamo all’Irpef. Il suo ammontare è scritto nella casella Irpef lorda, mentre alla voce Irpef netta viene indicato l’importo effettivamente versato, al netto, quindi, delle detrazioni appena elencate. La voce Totale netto (o Netto in busta), finalmente, indica i soldi che si possono effettivamente mettere in tasca. Insieme al cedolino, cha va sempre conservato: dato che certifica la retribuzione, è indispensabile quando si vuole richiedere un mutuo o un finanziamento, oltre che per risolvere eventuali controversie Inps o, nei casi più sfortunati, per intraprendere azioni legali, come ricorsi o decreti ingiuntivi.