BCE accomodante fra Draghi e colombe

La riunione del consiglio direttivo di giovedì 14 dicembre ha prodotto due risultati: tassi di interesse invariati e conferma della politica monetaria soft. La ripresa c’è ma ha ancora bisogno di qualche “spinta”. E l’inflazione non fa paura

I tassi di riferimento restano invariati e continuiamo ad aspettarci che rimangano su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo, ben oltre l’orizzonte dei nostri acquisti netti di attività”. Così parlava il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi al termine della riunione del consiglio direttivo di giovedì 14 dicembre. Riunione che ha prodotto due risultati: tassi di interesse invariati, appunto, e conferma dell’orientamento verso una politica monetaria accomodante, attenta cioè a non togliere troppo bruscamente la stampella all’economia dell’area euro.

Ritorno alla crescita. Niente aiuta a chiarire le ragioni di questa decisione come le proiezioni che lo stesso Draghi ha presentato nel corso della conferenza stampa post riunione. Il Prodotto Interno Lordo dell’eurozona, secondo le nuove stime elaborate dagli economisti della Banca Centrale Europea, farà registrare una crescita complessiva del 2,4% nel 2017, del 2,3% nel 2018, dell’1,9% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020. Andrà meglio, quindi, di quanto gli stessi esperti prevedevano a settembre: le stime, all’epoca, erano rispettivamente di un +2,2% per il 2017, di un +1,8% per il 2018 e di un incremento pari all’1,7% per il 2019.

Bye bye deflazione. Per contro, l’inflazione nell’area euro, sempre secondo gli economisti dell’Eurotower, salirà dell’1,5% nel 2017, dell’1,4% nel 2018, dell’1,5% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020, sostanzialmente in linea con le stime di settembre che parlavano di una crescita dell’1,5% per il 2017, dell’1,2% per il 2018 e dell’1,5% per il 2019. Insomma, lo spettro della deflazione – ovvero di un calo dei prezzi causato dalla bassa domanda – pare essersi allontanato. “Possiamo dire con tranquillità”, ha dichiarato Draghi ai giornalisti, “che i rischi di un’inflazione molto bassa, nel solco dello 0,5-0,6% annuo, sono scesi di molto. Ma oltre questo non possiamo andare. Non possiamo fare affermazioni azzardate in merito alle prospettive di inflazione perché, rispetto alle riprese economiche alle quali abbiamo assistito in passato, la risposta degli stipendi è molto più lenta”.

Tassi fermi. Stante tale premessa, ecco la decisione: tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale fermi rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%. E l’orientamento della BCE è che, appunto, “si mantengano su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo e ben oltre l’orizzonte degli acquisti netti di attività”. In altre parole: le stime di crescita economica e di inflazione sono incoraggianti ma non fanno presagire alcuna fiammata, dunque non mettono l’autorità monetaria davanti alla necessità di “atti di forza”. Ok anche gettare le basi per un ritiro graduale delle misure eccezionali messe in campo per contrastare la crisi – finanziaria prima e del debito poi – ma, come dire, con calma e senza spingere.

Quantitative easing. Prova ne sono le decisioni ribadite in tema di quantitative easing, cioè di interventi non convenzionali finalizzati ad aumentare la moneta in circolazione dando così supporto al sistema finanziario ed economico. La BCE ha confermato la tabella di marcia annunciata a ottobre: riduzione degli acquisti mensili di attivi da 60 a 30 miliardi di euro al mese a partire da gennaio e, al contempo, prolungamento del programma “fino alla fine di settembre 2018 o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché il consiglio direttivo non riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con il proprio obiettivo di inflazione”. Obiettivo che, lo ricordiamo, prevede il mantenimento su livelli inferiori ma vicini al 2% nel medio periodo.

Decisioni “scontate”. Nel giorno degli annunci della BCE, Milano è stata la borsa peggiore in Europa, con un calo comunque contenuto dello 0,93% a fronte del mezzo punto percentuale (circa) degli altri listini. Come dire: la conferma di una politica monetaria accomodante nell’eurozona – con un approccio “open ended” e il mantenimento degli acquisti fino a quando sarà considerato necessario – non ha sortito alcun effetto, in parte perché già atteso e scontato dal mercato. Piuttosto, su Piazza Affari hanno pesato le preoccupazioni sulla gestione dei crediti problematici da parte delle banche italiane e sulle prospettive del voto in primavera: il rendimento del BTP decennale si è riportato sull’1,8%, allargando il differenziale con il Bund tedesco in area 150 punti base. Pressoché invariato il cambio euro/dollaro USA: -0,4% a quota 1,1741.