Tutti insieme al lavoro

Condividere l’ufficio: una ricetta vincente per contenere le spese ma anche per allargare la propria sfera di interesse e competenze…

Risorse in comune. Insieme si vince, recita il proverbio. E si risparmia, soprattutto sul lavoro. Mettendo in comune locali, scrivanie, telefoni e quant’altro serve in un ufficio si riesce a suddividere le spese di affitto e di gestione, con vantaggi economici non indifferenti. È il coworking, una formula diffusa da tempo all’estero, soprattutto in America, ma che sta prendendo piede anche in Italia.

Spazio aperto. Poco o nulla a che vedere con gli studi associati: i protagonisti del coworking condividono gli spazi ma non le attività lavorative, che normalmente restano separate. Sotto lo stesso tetto si ritrovano professionisti che difficilmente lavorano per le stesse aziende e il più delle volte si occupano di cose diverse, anche se spesso esiste qualche grado di affinità fra le attività svolte.

Meglio in compagnia. Ma non è solo il desidero di risparmiare che spinge i (perlopiù giovani) freelance a chiudersi fra quattro mura insieme a sconosciuti che si occupano d’altro: altrettanto e forse più importante della motivazione economica è il desiderio di sfuggire alla vita alienante che probabilmente avrebbero se dovessero trascorrere ore davanti al pc nella propria abitazione o comunque in completa solitudine. Da questo punto di vista, il coworking è il perfetto antidoto a tutti i problemi che possono derivare dal telelavoro.

Occupazioni a tema. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che in un ambiente di coworking si sviluppano facilmente sinergie e stimoli che derivano dalla vicinanza con persone comunque qualificate – e se va bene di talento – i vantaggi della nuova formula lavorativa sono evidenti. È per questo che nascono anche ambienti di coworking “tematici”, cioè che mettono insieme solo una particolare tipologia di professionisti che così possono reciprocamente avvantaggiarsi delle rispettive competenze.

Primi esperimenti. I primi ad accorgersi delle potenzialità del coworking sono stati gli americani e in particolare Brad Neubert, un programmatore della Silicon Valley considerato l’inventore di questa modalità di lavoro. Nel 2005 Neubert fondò a San Francisco la Hat Factory: di fatto, un loft che serviva da abitazione per sé e altri due suoi colleghi ma che durante il giorno diventava una sorta di “ufficio aperto”. Dopo quell’esperienza, l’anno successivo Brad fu tra i fondatori di Citizen Space, il primo spazio cittadino dedicato esclusivamente al coworking.

Crescita esponenziale. La strada, insomma, era tracciata: dal 2006 il numero degli uffici condivisi nel mondo è raddoppiato ogni anni e nei primi mesi del 2012 se ne contavano circa 1.200. Secondo la rivista di settore Deskmag, oggi sono circa 1.800, molti in America ma con una buona presenza anche in Europa: 167 in Germania, 114 in Spagna, 98 in Gran Breatgna e 72 in Italia. Capitale europea del coworking, che secondo Deskmag attira soprattutto freelance di età compresa tra i 28 i 38 anni, è Berlino.

Scrivania cercasi. Per chi vuole trovare un posto dove co-lavorare c’è il sito internet Deskwanted che, promette in homepage, offre una scelta fra più di 1.500 posti di lavoro condivisi in tutto il mondo. Le destinazioni più gettonate sono Berlino e Londra per quanto riguarda l’Europa, New York e San Francisco in America, ma si trovano soluzioni anche in Italia: basta inserire la città d’interesse per ottenere una breve descrizione del locale, con tanto di fotografia, e prezzi d’affitto orari e giornalieri.

Postazioni in affitto. Quanto si spende? Ovviamente dipende molto dalla città, dal tipo di spazio e da molte altre variabili. In America, per affittare in modo permanente una scrivania all’interno di un ufficio condiviso occorrono in media 250 dollari al mese, cifra che di solito copre anche l’accesso wireless a internet, l’uso di fax e fotocopiatrice, la disponibilità di una sala per le riunioni e spesso l’uso della cucina interna. Per sapere quanto serve in Italia basta spulciare qualche annuncio su Internet. A Milano si trova una sistemazione per circa 200 euro + Iva al mese, a Roma si va da 162 a 230 euro mensili. Duecentocinquanta euro al mese (più Iva) è la tariffa chiesta a Genova, mentre a Caserta si può affittare una postazione a partire da 120 euro al mese. A Verona invece una postazione di lavoro costa 199 euro al mese mentre per essere inseriti in un ufficio privato per quattro persone ne occorrono 299. E chi non è convinto può chiedere di effettuare una prova gratuita.

Dove cercare. Quali e quanti sono i luoghi di coworking italiani? Una prima lista, completa di mappa, è stata messa sul social network Foursquare da Talent Garden, rete di coworking presente a Bergamo, Brescia, Milano, Padova e Torino. Poi c’è il Progetto Cowo, nato da un’idea di Laura Coppola e Massimo Carraro, partner dell’agenzia di comunicazione Monkey Business che nel 2008 hanno aperto nei loro uffici il primo coworking italiano. Da quell’esperienza è nato un network che conta 71 spazi in tutta Italia (più uno a Barcellona): la lista la trovate qui.

Mi metto in affari. E per chi fosse interessato, più che a inserirsi in un ambiente di coworking già esistente, a mettere a disposizione gli spazi? Beh, il requisito indispensabile è, ovviamente, avere un ufficio sufficientemente grande da adibire a quest’attività. Ma non è necessario che si tratti di più locali: molti degli uffici condivisi adottano la soluzione dell’open space, con elementi strutturali mobili, come le librerie, per separare le diverse zone. Occorre invece che sia presente tutto quello che serve per lavorare: la scrivania ovviamente, ma anche scaffalature da mettere a disposizione degli affittuari, telefono, fax, collegamento a internet possibilmente allestendo una rete dedicata, oltre alla disponibilità di un angolo caffè o, meglio ancora, di un cucinino dove sia possibile almeno scaldarsi il pasto in proprio.

In prima persona. Non basta però un grande ufficio per fare un coworking: ciò che conta sono l’interazione e un clima di lavoro rilassato e collaborativo. Per questo secondo Cowo, il network di condivisione più famoso in Italia, il coworking riesce meglio se chi l’ha avviato partecipa in prima persona all’esperienza: il rischio, altrimenti, è di dover fare i conti con spazi che rimangono vuoti, in attesa di abitanti. Inoltre, dato che gli affitti devono essere bassi, per i gestori i margini sono piuttosto risicati: il vero guadagno si misura anche nelle relazioni con le persone che si riescono a instaurare.

redazione


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