Studi: proseguire o lavorare?

La fine dell’anno scolastico è arrivata. Per gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori (e per le loro famiglie) è quindi tempo di una scelta molto importante: proseguire il percorso di studi o avviarsi al mondo del lavoro.

Una decisione difficile, il cui impatto è destinato a incidere a lungo sulla vita delle persone, e che risulta particolarmente complessa in tempi di crisi, quando le risorse da investire in un progetto educativo di medio termine sono, per molti, più scarse. Come sempre, la nostra raccomandazione è “decidere informati”. In quest’ottica, senza pretesa di esaustività, cerchiamo di fornire qualche elemento conoscitivo utile e rimandi a fonti autorevoli per eventuali approfondimenti, che incoraggiamo caldamente.

Proseguo o non proseguo?

Dal punto di vista occupazionale, vale o non vale la pena intraprendere un percorso universitario? La domanda è particolarmente rilevante dopo cinque anni di crisi finanziaria ed economica che hanno avuto risvolti occupazionali particolarmente negativi proprio per i giovani in ingresso nel mercato del lavoro. L’andamento del tasso di disoccupazione per titolo di studio durante la grande crisi finanziaria (elaborazioni Almalaurea su dati Istat dal 2007 al 2013, vedi qui per ulteriori dettagli) suggerisce che a livelli di istruzione più elevati siano sistematicamente corrisposti tassi di disoccupazione più bassi durante tutto il periodo. Se nel 2007 il tasso di disoccupazione fra i diplomati era del 5,6% e quello fra i laureati del 4,4%, nel 2013 per i primi esso è aumentato all’11,4% e per i secondi al 7,3%. Differenziale che si amplia ulteriormente nel confronto fra neodiplomati e neolaureati. Secondo l’OCSE (Education at a glance 2013, che trovate qui in versione integrale inglese, ma di cui trovate anche una sintesi dei principali risultati in italiano) questo fenomeno sarebbe comune a gran parte dei paesi. In base a questi dati i diplomati sembrerebbero quindi più vulnerabili dei laureati alle fasi avverse della congiuntura economica.

L’investimento in istruzione paga…

Un altro elemento che emerge dai dati è l’elevata correlazione fra livello di istruzione e retribuzioni. A livelli superiori di istruzione corrispondono in media livelli retributivi più elevati, e questo è tanto più vero quanto più avanza l’anzianità lavorativa. Con riferimento all’Italia, il rapporto dell’OCSE riporta che la retribuzione fra i 25-64enni dei laureati risulta in media del 48% più elevata di quella dei diplomati di scuola secondaria superiore. Insomma, nel lungo periodo, l’investimento in istruzione universitaria paga.

…a patto che si porti a termine il percorso

Posto che intraprendere un percorso universitario sembra essere una scelta razionale, è utile chiedersi in che condizioni versi il nostro sistema universitario. Lo scorso marzo è stato pubblicato il primo rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca redatto dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca). I dati, che consentono il monitoraggio delle “carriere universitarie” per coorte di ingresso a partire dall’anno accademico 2002-2003 (l’anno in cui venne introdotta la formula “3+2”, vale a dire laurea triennale + laurea magistrale) evidenziano che la percentuale di iscritti che porta a termine il percorso di studio è ancora molto bassa. L’università italiana soffre purtroppo di un elevato tasso di abbandono, che non trova riscontro negli altri paesi europei. Per ogni cento immatricolati ad un corso di laurea triennale, solo 55 di loro conseguono il titolo e, di questi, solo il 47% si iscrive ad una laurea magistrale, con un tasso di successo del 57%. Questo fa si che, nei confronti internazionali sul numero di laureati sul totale degli occupati l’Italia figuri ancora nelle posizioni di coda.

Il rapporto Almalaurea fornisce molte informazioni aggiuntive utili ad aiutare nella scelta del percorso formativo. Fra queste, sono particolarmente interessanti le statistiche sulla condizione occupazionale post laurea per gruppo disciplinare: in una prospettiva lavorativa, non tutte le lauree sono uguali.

PAOLO PIZZOLI
Paolo Pizzoli


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