Sharitaly, il punto sull’economia collaborativa in Italia

Numeri triplicati in tre anni, benefici e barriere culturali per l’economia collaborativa. Solo il 13% degli italiani al momento ha sperimentato almeno una volta i servizi di sharing, ma aumenta la consapevolezza. In un quadro normativo ancora da delineare, l’Italia è davvero pronta al cambiamento?…

Condivisione, sostenibilità, crisi. Sono queste le tre parole chiave di Sharitaly, il primo incontro italiano interamente dedicato all’economia collaborativa, andato in scena lo scorso 29 novembre all’Università Cattolica di Milano. Dallo scambio di beni e servizi a pratiche di baratto moderno, passando per operazioni di crowding e making, la sharing economy negli ultimi 3 anni è più che triplicata.

Oltre 260 piattaforme collaborative, con numeri in crescita. Un trend positivo importante, a testimonianza della grande attenzione riservata nel nostro Paese ai modelli di business alternativi. La grave crisi economica ha infatti mostrato le debolezze dei tradizionali sistemi di scambio e redistribuzione. Le possibili soluzioni, però, non mancano: la ricerca proposta da Modacult – Università Cattolica del Sacro Cuore sottolinea come online al momento si contino oltre 250 piattaforme collaborative, di cui 160 di scambio e condivisione, 40 di autoproduzione e 60 di crowding. E i numeri sono in continua crescita.

Un nuovo modello di servizio, la situazione italiana “Gli italiani desiderano condividere. Dalle fine del 2012 i servizi collaborativi sono cresciuti giornalmente” Parola di Marta Mainieri, fondatrice di Collaboriamo.org, che durante la giornata ha descritto l’andamento delle startup internazionali e italiane nel mondo della sharing economy. Aumenti percentuali a tre cifre, a testimonianza di un contesto vivo e stimolante. Tutto perfetto? Quasi. Duepuntozero DOXA ha analizzato la situazione nel nostro Paese a settembre del 2013: solo il 13% degli intervistati (cluster di 1500 soggetti) ha sperimentato almeno una volta servizi di sharing, principalmente legati alla mobilità (6,8%) e a modalità di alloggio condiviso (6,5%).

Come esprimere la propria voglia di condivisione. Ma quali sono i principali punti di riferimento della sharing economy in Italia? Ecco qualche consiglio per chi volesse entrare a far parte del mondo della condivisione nel nostro Paese.

Airbnb: con circa 12 mila ospiti al giorno, Airbnb dal 2008 consente di pubblicare, scoprire e prenotare alloggi unici in tutto il mondo con un semplice click. Un’opportunità sia per chi viaggia in oltre 190 paesi, ma anche per chiunque abbia voglia di condividere il proprio appartamento (o una porzione di esso) per un determinato periodo di tempo. Per poter accedere al servizio è sufficiente stabilire un prezzo per il soggiorno, descrivere la propria offerta di sharing con un titolo e una breve descrizione e allegare alcune foto degli spazi offerti. Pochi semplici passi per un’esperienza di alloggio condiviso unica.

Fubles: State organizzando una partita di calcetto e vi manca qualche giocatore? Avete voglia di dare due calci al pallone ma i vostri amici sono troppo pigri per raggiungere il campo del quartiere? La risposta si chiama Fubles. Dopo essersi registrati sul sito ufficiale del Social Network, gli utenti hanno la possibilità di organizzare match di vari sport o aggregarsi a eventi sportivi già esistenti, potendo attingere da un community di quasi 340 mila unità. L’iscrizione è completamente gratuita e consente la profilazione dei soggetti con l’archivio dei voti (relativi alle prestazioni offerte in campo) e delle eventuali assenze registrate in passato. Condividere la propria passione sportiva non è mai stato così semplice.

Gnammo: Non solo viaggi e sport. Gnammo è una community made in Italy che consente la condivisione di abilità culinarie e della propria passione per la buona cucina. Gli utenti si possono registrare gratuitamente sul sito come Cuochi, mettendo a disposizione la propria cucina per cene o eventi, o come Gnammers, quindi da semplici commensali. I Cuochi, attraverso la community, possono promuovere le proprie creazioni culinarie e condividere la cucina con nuovi amici, valutando gli Gnammers in base a precedenti recensioni. La sharing economy a portata di click anche tra pentole e forchette.

Uno sguardo oltre confine, nuove frontiere della sharing economy La presenza a Sharitaly di April Rinne, massima esperta internazionale di economia collaborativa, ha consentito inoltre di analizzare realtà interessanti nel panorama mondiale. Dai giardini alle competenze, non mancano spunti di livello per il futuro.

LandShare: con oltre 70mila iscritti, Landshare è una community che promuove la condivisione di spazi coltivabili tra proprietari e amanti del pollice verde che necessitano di un orto.  Il servizio, attualmente attivo in Uk, crea un nuovo mercato per terreni difficilmente vendibili o affittabili.

TaskRabbit: non solo beni, ma anche competenze protagoniste nel mondo della sharing economy. Con TaskRabbit ogni utente può condividere le proprie abilità e skills con vicini e aziende. Disponibile in alcune zone degli Stati Uniti, questo esempio di economia collaborativa consente alle persone di mettere a disposizione della collettività la propria esperienza e agli utilizzatori di usufruire di un servizio (precedentemente valutato dalla community) a prezzi competitivi.

 Ma l’Italia è davvero pronta al cambiamento? Non mancano però le nuvole all’orizzonte. L’esplosione definitiva della sharing economy, secondo quanto riportato da Duepuntozero DOXA, è al momento rallentata dalla  scarsa propensione degli italiani a condividere beni di proprietà e dalla poca fiducia assegnata ai compagni d’esperienza. Limiti non insormontabili, certo, ma che necessitano di un cambio culturale profondo nella mentalità del Paese. Un passo fondamentale per rendere definitivamente l’Italia pronta al cambiamento.

Economicità e regolamentazione: è tutto oro quel che luccica? Non solo barriere culturali da superare per la sharing economy.  L’economista Mario Maggioni – professore ordinario di Politica Economica all’Università Cattolica di Milano – pur riconoscendo i benefici sociali e tecnologici della materia, ha sollevato alcuni dubbi sulla sostenibilità della sharing economy sia in termini economici che valoriali. Dal punto di vista culturale, poi, la stragrande maggioranza dei possibili utenti non ha fiducia in questo modello di business, costruendo una barriera personale difficilmente superabile. L’assenza di normativa precisa in materia non  consente inoltre di eliminare le seguenti criticità:

-       tassazione dei profitti maturati;

-       tutela del consumatore;

-       concorrenza sleale nei confronti di modelli di business regolamentati.

L’Italia è il primo paese al mondo ad avere proposto una normativa sul crowdfunding, ma l’attuale offerta legislativa non consente di inquadrare l’economia collaborativa in modo concorrenziale ed esaustivo.

Stop buying, start sharing: il contesto italiano, seppur con qualche limite culturale, è potenzialmente fertile e propenso a nuovi modelli di business. Siete pronti al cambiamento?

STEFANO PERAZZO
Stefano Perazzo


16
0
0
2
 
0

18