Interessi in comune

Contro la crisi, ma anche per trovare uno stile di vita alternativo, la parola d’ordine è condividere: la casa, la macchina, perfino il tempo libero…

Affari di famiglia. Andiamo a vivere insieme? Sì, ma in grande stile. Niente liste di nozze, mobili da scegliere in due o nidi d’amore da arredare: non stiamo parlando di giovani coppie che decidono di mettere su famiglia. O meglio, non solo di quelle. Nulla vieta infatti che anche i novelli sposi possano decidere di fare parte di un progetto ben più grande del loro matrimonio (in termini numerici, s’intende!) e decidano di dividere gli spazi abitativi con altre 20 o 30 famiglie.

Proprietà comune. Non tutti naturalmente, gli spazi privati restano tali: normali appartamenti con camera da letto, bagno, soggiorno eccetera in cui ciascuno, come spesso si ama dire, “è padrone in casa propria”. A questi però si affiancano ambienti da usare insieme ai vicini, come spazi per gli ospiti, laboratori per il bricolage, aree gioco per i bambini. Ma anche palestre, biblioteche, orti da coltivare, cucine da utilizzare a turno e tutto quanto la fantasia può suggerire.

Vicini un po’ speciali. È il cohousing, che in italiano si può tradurre letteralmente con “coabitazione”: niente a che vedere con l’utopia delle comuni, tanto in voga negli anni Sessanta, ma una forma di aggregazione sociale “con i piedi per terra”, che da qualche tempo si sta affermando anche in Italia. Nella pratica si traduce in insediamenti di 20-40 unità abitative destinate a famiglie e single che hanno deciso di vivere come una sorta di “comunità di vicinato”. Il progetto è collettivo, così come la scelta e la definizione degli spazi da condividere. Normalmente viene iniziato, sostenuto e portato a termine da persone che già si conoscono, il che rende tutto più facile.

Come iniziare. Il primo passo è l’acquisto del terreno su cui costruire le abitazioni oppure di un immobile da ristrutturare. In entrambi i casi, trattando estensioni o volumi elevati, si può contare su prezzi più vantaggiosi: un po’ come succede con i gruppi d’acquisto solidali o Gas, in cui il risparmio è garantito dalla compravendita di grandi quantitativi di merce. Lo stesso discorso vale per i lavori di costruzione (o ristrutturazione) dell’edificio e per la realizzazione degli impianti idraulico, elettrico e di riscaldamento.

Conti in pareggio. Si spende meno insomma, ma non sempre il minor esborso ha un ritorno monetario immediato. Il grande pregio del cohousing, come si è detto, è affiancare all’autonomia dell’abitazione privata i vantaggi che derivano dal disporre di spazi condivisi: gli ambienti comuni, quindi, vanno previsti e costruiti al pari degli appartamenti e, per quanto loro prezzo sia sostenuto da tutta la comunità dei “cohouser”, hanno comunque un costo. La loro presenza, però, consente di limitare le dimensioni delle unità abitative private e quindi, alla fine, i conti si pareggiano.

Dividere le spese. Il risparmio in termini costruttivi, dunque, non è il primo né l’unico motivo per cui si decidere di ricorrere al cohousing: alla base c’è una diversa filosofia di vita, il desiderio di ricreare le condizioni di collaborazione e vicinato proprie dei piccoli paesi e che si stanno sempre più perdendo. Questo però non significa che il risparmio non ci sia affatto: c’è, insieme a un minor impatto ambientale, e deriva innanzitutto dalla possibilità di dividere fra molti i costi dell’energia (elettrica o per il riscaldamento) oppure quelli legati alla manutenzione degli immobili.

Ridurre gli sprechi. Ma è solo l’inizio: il cohousing, infatti, è il punto di partenza ideale per far nascere altre esperienze di condivisione, da quella dell’automobile, attraverso il car sharing, all’uso collettivo di macchinari o elettrodomestici, per organizzare gruppi d’acquisto o altre esperienze partecipate. La condivisione di beni e servizi consente di risparmiare sul costo della vita perché si riducono gli sprechi, il ricorso a servizi esterni, il costo dei beni acquistati collettivamente: da questo punto di vista, il limite è dato dalla fantasia e dall’intraprendenza.

Istruzioni per l’uso. Entusiasmante: ma da che parte si comincia? Chi non sa come mettere insieme dai 20 ai 40 amici interessati a investire nel cohousing può partecipare ai progetti già attivi, soprattutto al Nord ma non solo. Indicazioni si trovano sul sito web della Rete nazionale per il cohousing, dove ci si può informare sulle iniziative in corso, sulle agevolazioni previste dalla pubblica amministrazione, su corsi e seminari a tema e via dicendo. Cohousing.it, società di servizi specializzata nel “disegno, la promozione e il completamento di progetti di cohousing sul territorio italiano”, offre invece la possibilità di ricevere informazioni periodiche su tutti i progetti in fase di avviamento e di partecipare alla loro presentazione. A chi ha già formato un gruppo di coresidenza di almeno 10 famiglie e definito l’area o la località dove vivere viene offerta assistenza professionale.

Non mi muovo. E chi non vuole o non può cambiare casa? Beh, non per questo deve rinunciare alla condivisione. Uso collettivo e scambio sono diventati per molti un modo efficace di rispondere alla crisi, tanto che per tutte questa pratiche poco consumistiche e molto partecipative è stata coniata una nuova etichetta, “sharing economy”. Di che si tratta? In pratica, di mettere in comune le risorse – ciò che si possiede ma anche le proprie competenze (e il proprio tempo) – trovando nuovi modi di risparmiare. E quello che non si condivide si scambia.

Scambi sul web. È un fenomeno che in America ha già provocato un fiorire di siti web che mettono in rete le esperienze più diverse, per fare incontrare domanda e offerta e creare vere e proprie community. Si va da Yerdle, una piazza virtuale in cui scambiare di tutto, a Dog Vacacy, sito che mette in contatto i viaggiatori con cane al seguito e persone disposte a ospitare a pagamento i loro animali. Oppure Thredup, dove si possono comprare o vendere abiti per bambini praticamente nuovi ma che sono diventati troppo piccoli per i loro proprietari.

Le alternative italiane. Ma anche in Italia le possibilità di condividere e scambiare via web non mancano. A cominciare da BlaBlaCar, un sito di car pooling che mette in contatto automobilisti che hanno posti liberi in macchina con aspiranti viaggiatori in cerca di un passaggio: una volta d’accordo su orario e destinazione, si parte insieme condividendo le spese. Scambiocasa, invece, fa parte del circuito HomeExchange, il più grande network internazionale per la domanda e l’offerta di scambio di case per le vacanze: si pagano 7,95 euro al mese e si ha accesso a un database di oltre 43 mila schede in tutto il mondo. In più, una volta individuato il partner, si viene guidati in tutte i passi necessari, dai primi contatti all’accordo di scambio.

I soldi non servono. Per chi è interessato a barattare beni di consumo, infine, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Zero Relativo è un’associazione che mette in contatto chi vuole barattare, prestare o donare oggetti oppure il proprio tempo libero. Si scambia di tutto, dai dischi ai computer, dal cibo ai viaggi. Qualcosa di molto simile si fa anche su noBay, che richiama nel nome il popolare sito di vendite e aste online. Qui però, com’è specificato nella home page, non si vende e non si compra nulla: è ammesso solo il baratto. Scopo di Reoose, infine, è dare una nuova occasione agli oggetti riutilizzabili ma che non servono più. Per farlo, il sito ha scelto la via del baratto asincrono: per ogni oggetto ceduto attraverso la vetrina virtuale di Reoose si guadagnano dei crediti, da spendere in seguito per “acquistare” altri oggetti.

redazione


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