Il rebus del mercato del lavoro

Recentemente il dibattito economico si è concentrato sugli sviluppi nel mercato del lavoro. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, fornendo i collegamenti a nuove fonti di dati che consentono di formarsi un’opinione informata.

Ripresa dell’occupazione, premessa per un ritorno dei consumi. L’attenzione crescente delle autorità, dei media e degli economisti agli sviluppi del mercato del lavoro poggia sulla constatazione del ruolo centrale dei consumi delle famiglie come motore della ripresa economica. Per avere tornare ad un tasso di crescita soddisfacente c’è bisogno di una ripresa della domanda interna, nella forma di consumi delle famiglie e di investimenti privati. Con i secondi ancora rallentati dalla scarsa disponibilità di credito nel sistema e da un livello di capacità utilizzata ancora al di sotto della media storica, al momento i consumi delle famiglie sembrano essere il candidato più forte per trainare la crescita. Ma la crescita dei consumi, a sua volta, deve poggiare sul recupero del reddito disponibile delle famiglie e questo, in un contesto di persistente debolezza della dinamica salariale, si può materializzare solo se l’occupazione riprende a crescere.  L’inserimento nella legge finanziaria 2015 della decontribuzione per i nuovi lavoratori a tempo indeterminato e l’approvazione della riforma del mercato del lavoro (il cosiddetto “Jobs act”) hanno certamente contribuito a creare una forte aspettativa sulle prospettive di breve termine dell’occupazione.

Si amplia la disponibilità di fonti statistiche. La crescente centralità del tema del lavoro nel dibattito politico/economico è stata accompagnata da un ampliamento della disponibilità di fonti statistiche utili all’analisi; queste, a volte, forniscono dati non facilmente comparabili. Se, sino a pochi mesi fa, la fonte quasi esclusivamente utilizzata era il rapporto sulle forze di lavoro elaborato dall’Istat (tuttora l’indagine più esaustiva), la recente accelerazione delle politiche del lavoro ha spostato l’attenzione su dati volti a cogliere la dinamica dei flussi di lavoratori fra modalità contrattuali diverse. Si sono quindi visti spesso citati dati forniti dal ministero del lavoro (Sistema Informativo delle Comunicazioni Obbligatorie, SICO) e dall’INPS (Osservatorio del precariato).

Occupazione ancora al palo….Entriamo un po’ nel dettaglio. La necessaria premessa è che i dati più completi sull’occupazione restano quelli pubblicati dall’Istat. Si tratta di dati stimati sulla base di una indagine campionaria (più di 70 mila famiglie vengono intervistate), che forniscono una fotografia di quanti occupati, disoccupati e inattivi ci siano in Italia al momento della rilevazione. Basandoci sui dati mensili pubblicati sinora (che non forniscono però la scomposizione tra lavoratori dipendenti e autonomi), osserviamo che, nel corso del primo trimestre del 2015, l’occupazione nel suo complesso si è contratta di circa 50 mila unità rispetto al quarto trimestre del 2014. Il calo sembrerebbe quindi smentire gli auspici che la combinazione dei primi segnali di ripresa economica e delle misure introdotte con la legge di stabilità avrebbero presto contribuito a creare nuova occupazione.

…ma è in atto una stabilizzazione dei contratti. Tuttavia, se i dati di stock non sono per il momento confortanti, i dati dei flussi ci dicono invece che qualcosa si sta muovendo. E’ opportuno ricordare che la copertura di questi tipi di dati non è esaustiva: essi considerano solo i contratti di lavoro dipendente (e non tutti) e non i lavoratori autonomi. Inoltre, occorre considerare che oggetto della rilevazione è il numero di contratti (attivati, trasformati, o cessati) non di persone occupate. I dati INPS ci dicono che nel corso del primo trimestre 2015 si sarebbe verificato un aumento complessivo delle nuove assunzioni di quasi 50 mila unità, determinato da un aumento delle assunzioni a tempo indeterminato (+91 mila) ed una corrispondente diminuzione delle assunzioni con contratti a termine (-32 mila) e di quelle in apprendistato (-9 mila). Considerando anche la diminuzione delle cessazioni di circa 135 mila unità il trimestre si è chiuso con un saldo netto positivo dei rapporti di lavoro di circa 185 mila unità. Sembra quindi che, anche per effetto delle politiche del lavoro, si stia sperimentando una significativa stabilizzazione dei rapporti di lavoro: nel mese di marzo, in particolare, la quota di nuovi rapporti stabili avrebbe raggiunto il 48,2% (era del 36,6% nel primo trimestre del 2014). L’INPS sottolinea che sul complesso delle assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato effettuate nel corso del mese di marzo, oltre il 57% fruisce dell’esonero contributivo triennale introdotto dalla legge di stabilità 2015.Anche in assenza di creazione netta di nuova occupazione, la stabilizzazione dei contratti ha degli ovvii vantaggi, quali ad esempio un più facile accesso ai mutui e la possibilità di godere di ferie pagate. Non da ultimo, un rapporto di lavoro più stabile dovrebbe incidere positivamente sulla fiducia e, a cascata, anche sui consumi.

Ottimismo, ma senza esagerare. La stabilizzazione in atto è in qualche modo considerabile la premessa della creazione netta di nuova occupazione? Anche se ciò non è necessariamente vero, crediamo però che le cose siano destinate a cambiare in senso positivo mano a mano che la crescita economica andrà consolidandosi. Un elemento che giustifica un relativo ottimismo è il calo in atto nel ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni (dati consultabili qui per i più curiosi), il cui riassorbimento ha verosimilmente contribuito ad allungare i tempi della risposta dell’occupazione al miglioramento del quadro ciclico. Il ritorno della CIG verso livelli fisiologici dovrebbe aiutare a sbloccare la situazione.

PAOLO PIZZOLI
Paolo Pizzoli


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