I Paesi a confronto sul futuro dell’Economia

Forum economico mondiale e politica europea: uno sguardo a tendenze e protagonisti della kermesse che ha riunito i rappresentanti delle principali forze economiche e politiche del pianeta…

Il fondatore. Chi conosce Klaus Martin Schwab? È un economista tedesco, classe 1938, che ha insegnato per molti anni in Svizzera e ha ricoperto incarichi di responsabilità alle Nazioni Unite. Ma il motivo per cui è – o dovrebbe essere – famoso è un altro. Nel 1971 Schwab ha fondato a Ginevra il World Economic Forum, un’associazione senza scopo di lucro che da quattro decadi è il punto d’incontro dei rappresentanti delle maggiori forze politiche ed economiche mondiali, che una volta all’anno si riuniscono a Davos, in Svizzera, alla presenza di intellettuali e giornalisti selezionati.

Si parla di tutto. Scopo delle riunioni, discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche non di natura strettamente economica. A Davos si parla di tutto (i temi di quest’anno andavano dalla lotta all’obesità alla candidatura del cantone dei Grigioni alle prossime Olimpiadi invernali), ma naturalmente sono gli argomenti economici a fare la parte del leone. Secondo alcuni in chiave un po’ troppo capitalistica, tanto che dal 2001 al World Economic Forum (abbreviato in Wef) si contrappone il World Social Forum (Wsf) che riunisce le associazioni non governative, critiche verso la globalizzazione.

Ombelico del mondo. Ma restiamo al Forum di Davos. Quello di quest’anno si è tenuto dal 23 al 27 gennaio. Fra gli ospiti, la tedesca Angela Merkel, il britannico David Cameron e il russo Dimitri Medvedev, che all’inizio dell’anno ha assunto la presidenza del G20, il forum che riunisce i 19 Paesi più industrializzati del mondo, più l’Unione Europea. In questi 5 giorni, capi di stato, accademici (tra cui alcuni Premi Nobel), leader di organizzazioni internazionali ed esponenti della società civile hanno discusso di globalizzazione, geopolitica e tecnologia, tracciando l’andamento che presumibilmente avrà l’economia mondiale nel 2013.

In fondo al tunnel. Nessuno di loro, ovviamente, ha detto apertamente che la congiuntura negativa è finita, ma tra gli umori del pubblico la convinzione che la crisi finanziaria iniziata nel 2008 sia ormai agli sgoccioli era palpabile. Almeno, questo è quanto riferisce l’autorevole testata americana Businessweek, ma anche l’inglese The Economist fa notare un seppur cauto ottimismo espresso dalla maggior parte degli uomini d’affari e del mondo della finanza, in contrasto con le visioni fosche dell’anno scorso. La situazione generale sarebbe in via di miglioramento, dunque, ma non ancora abbastanza buona – avverte il giornale – da fare pensare a una crescita capace di produrre nuovi posti di lavoro.

Come vanno gli affari? Ma non tutti vedono rosa. Di segno opposto, infatti, è la ricerca sulla fiducia dei Ceo (Chief executive officer, il nostro amministratore delegato) condotta a livello mondiale dalla società di revisione bilanci PricewaterhouseCoopers e diffusa proprio durante i giorni del Forum. Secondo lo studio, solo il 36% degli intervistati si dichiara molto fiducioso sulla crescita della propria società, mentre il 53% ritiene che le cose non cambieranno nei prossimi 12 mesi. I meno ottimisti sono i Ceo dell’Europa Occidentale (solo il 22% crede di poter incrementare il propri affari) mentre quelli dell’America Latina sono i più speranzosi: il 53% è convinto che nel corso del 2013 le cose miglioreranno.

Con i piedi per terra. A smorzare gli entusiasmi ci ha pensato anche il presidente del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) Christine Lagarde, secondo cui a breve termine le cose stanno sì migliorando, ma restano rischi nel lungo periodo. Una parte dell’industria finanziaria rimane senza controlli, ha sottolineato, e tra le possibili fonti d’instabilità vede, oltre la zona euro, le economie di Stati Uniti e Giappone.

Verso l’uscita. Fra quelli per cui il futuro non non sembra essere poi così nero c’è Mario Draghi, molto elogiato a Davos, che conferma: la luce che si vede in fondo al tunnel è reale, ma per ritrovare la crescita ora è necessario abbassare le tasse. Secondo il presidente della Bce (Banca Centrale Europea), la ripresa arriverà nella seconda metà dell’anno: il “contagio positivo” è già in corso sui mercati finanziari e perché si estenda all’economia reale ci vorrà ancora un po’ di tempo. Oltre al sostegno, secondo Draghi irrinunciabile, delle riforme: un compito che, come ha sottolineato, spetta esclusivamente alla politica. Posizione condivisa anche da Angela Merkel, che ha dimostrato di apprezzare molto il lavoro dell’economista italiano. «Se tutte le banche centrali fuori dalla zona euro si fossero comportate come la Bce, oggi nel mondo avremmo meno problemi», ha detto la cancelliera tedesca, che ha invitato i Paesi europei a portare a termine le riforme senza aspettare che la situazione economica sia meno tesa.

Fuga all’inglese. Fuori dal coro ma non troppo l’intervento di David Cameron. Anche se ha ribadito che «un’Europa centralizzata non fa per noi», escludendo ogni possibilità di entrare nella zona euro o di cedere alla sua politica fiscale, il premier britannico ha comunque dichiarato di non avere intenzione di voltare le spalle all’Europa, ma di voler lavorare per farla diventare più competitiva. Non poco, detto da chi fino a non molto tempo fa minacciava un possibile referendum per mettere ai voti la permanenza del Regno Unito nella Ue.

A colpi di valuta. Sullo sfondo delle prese di posizione ufficiali, i timori legati alla la cosiddetta la guerra delle valute, secondo alcuni la vera questione centrale del 2013. Di cosa si tratta? Della possibilità di far leva sulle banche nazionali per sostenere l’economia interna. Secondo il Sole 24 Ore, sotto la guida del premier Shinzo Abe il Giappone ha stampato yen in modo da svalutare la divisa nipponica del 10% sul dollaro e del 14% sull’euro negli ultimi due mesi, a tutto vantaggio delle proprie esportazioni e mettendo in difficoltà quelle degli altri Paesi. Misure simili sarebbero state adottate in passato da Stati Uniti con la Federal Reserve e Gran Bretagna con la Bank of England. E poi da Cina, Corea del Sud, Brasile, Thailandia, India… Gli unici che non hanno potuto utilizzare quest’arma sono i Paesi della zona euro, ostacolati da una banca centrale che ha il solo mandato di mantenere la stabilità dei prezzi.

Morbidi e attivi. Ma il leitmotiv di questa 43esima edizione del Wef è rappresentato da un termine che a molti potrà apparire nuovo: resilienza. È una parola presa in prestito dalla tecnologia dei materiali e indica la capacità di sopportare urti e sollecitazioni, ma anche di riprendere la forma originaria dopo averli subiti. In psicologia, invece, è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici. Una sorta di resistenza morbida e adattabile, insomma. “Dinamismo resiliente”, che si potrebbe tradurre come “dinamismo con capacità di recupero”, è stato dunque il titolo sotto cui si sono raccolti i lavori di Davos: due aspetti che i leader politici ed economici faranno bene a tenere ben presenti per il 2013, ha sottolineato l’ideatore del Forum Klaus Schwab.

Uno sforzo corale. Per concludere, se si vuole trovare una frase che sintetizzi l’insieme di interventi, studi e opinioni che hanno riguardato l’Europa nel corso dell’ultimo Wef, questa potrebbe essere: ritrovare la competitività. Il Vecchio Continente perde punti nella classifica delle economie più dinamiche e per sopravvivere nel mondo globalizzato deve investire in istruzione, scienza e ricerca. Alcuni provvedimenti, come la revisione del bilancio europeo per favorire in energie rinnovabili e infrastrutture digitali (come la banda larga) possono essere presi a livello europeo. Altri, invece, sono meglio gestibili su scala nazionale. Ma in ogni caso serve uno sforzo corale che, come ha sottolineato Martin Schulz, presidente dell’Europarlamento, passa attraverso una maggiore integrazione politica fra i Paesi dell’eurozona.

redazione


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