La crescita bussa alla porta dell’Europa

Prezzo del petrolio, Quantitative Easing e tasso di cambio dell’Euro creano condizioni favorevoli a un’accelerazione della ripresa economica europea. Primi segnali positivi anche per l’Italia

I primi mesi del 2015 hanno visto un generale miglioramento del quadro macroeconomico europeo,  anche se le differenze fra paesi restano significative. Che cosa è cambiato rispetto a prima? L’attuale fase congiunturale sta beneficiando di una combinazione (assolutamente voluta) di circostanze favorevoli: il calo del prezzo del petrolio, l’indebolimento dell’euro e l’avvio da parte della Banca Centrale Europea (BCE) del preannunciato programma di espansione quantitativa (il cosiddetto QE).

Una spinta ai consumi dalla bassa inflazione.  Il prezzo del petrolio ha consolidato il calo di fine 2014: il barile di Brent costa ora circa 57 dollari, la metà di quanto costava nel giugno dello scorso anno. Visto il peso significativo della componente energetica nei panieri di consumo delle famiglie, l’impatto sui tassi di inflazione è stato molto significativo: in gran parte dei paesi dell’area euro, l’inflazione tendenziale è ora in territorio negativo, ma il rischio di una fase di vera e propria deflazione sembra, almeno per il momento, ridimensionato. Se a ciò sommiamo il fatto che, in alcuni paesi (Germania, Francia e Spagna in primis) il mercato del lavoro ha fornito evidenza di un concreto miglioramento, non deve sorprendere che ci si aspetti che i consumi delle famiglie svolgano un ruolo importante a sostegno della crescita europea nel corso di quest’anno.

Euro più debole, export più forte.  Altro elemento fondamentale a sostegno dell’ipotesi di un consolidamento della crescita è dato dall’evoluzione del tasso di cambio dell’euro. Il tasso di cambio effettivo nominale dell’euro, un indice sintetico che misura che misura l’evoluzione del valore di una valuta nei confronti di quelle dei partner commerciali (nel nostro caso i primi 19 partner commerciali) si è deprezzato del 12% dallo scorso giugno e dell’8.5% dall’inizio dell’anno.

La BCE, in campo con il QE, aiuta il ciclo del credito. Infine, la BCE ha tenuto fede alle sue promesse, inaugurando a inizio marzo il suo programma di espansione monetaria quantitativa (QE, quantitative easing in inglese). In cosa consiste? Nell’acquisto sul mercato secondario di titoli di stato (ma non solo di essi), con lo scopo di immettere liquidità nel sistema, tenere bassi i tassi di interesse di riferimento anche sulle scadenze più lunghe e riportare l’inflazione della zona euro su un sentiero coerente con l’obiettivo di medio termine (appena sotto il 2%). Il processo dovrebbe liberare risorse nei bilanci delle banche che potrebbero impiegarle in misura crescente in prestiti alle famiglie ed alle imprese, facendo ripartire il ciclo del credito. Un effetto collaterale del QE, certamente benvenuto, è dato dalla pressione che questo ha esercitato e potrebbe continuare a esercitare sul cambio dell’euro. Se, come possibile, la banca centrale americana (la FED) e la banca centrale britannica (la Bank of England) alzeranno i propri tassi di riferimento nella seconda parte dell’anno, mentre la BCE li terrà ben ancorati ai livelli attuali, è verosimile che l’euro si indebolisca ulteriormente rispetto ai livelli attuali, rendendo le merci prodotte nell’area euro più competitive.

Italia, si allontana la recessione. Questa combinazione di fattori sta creando un contesto favorevole ad un’accelerazione della crescita, dove questa già c’è, o ad un’uscita dalla recessione, dove questa non è ancora finita, come nel caso dell’Italia. Le prime indicazioni provenienti dai paesi dell’euro confermano che il quadro è ancora differenziato. Se è probabile che in Spagna ed in Germania la crescita trimestrale (rispetto al quarto trimestre del 2014) nel primo trimestre possa avvicinarsi all’1%, questo risultato sembra fuori portata per l’Italia, nonostante l’accelerazione della fiducia di consumatori ed imprese registrata negli ultimi due mesi. Altri dati, in particolare quelli sul mercato del lavoro, per il momento rimangono poco incoraggianti.

PAOLO PIZZOLI
Paolo Pizzoli


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